I diamanti di Kandia - Terza parte

3.
"Ho discusso con la ragazza per quasi tutto il viaggio di ritorno e penso di avere un'idea abbastanza chiara della disposizione degli edifici della tenuta di Garant." Sin da quando aveva iniziato a mettere Ser Irulio al corrente degli ultimi avvenimenti, Adrian aveva notato che al suo menzionare l'avversario gli occhi del mercante si accendevano di una strana luce. Non l'avrebbe definito solo e semplicemente odio, anche se in quella inquietante miscela l'odio era certamente una componente essenziale; c'era una specie di gioia selvaggia che sembrava aver permeato ogni parola e movimento dell'uomo col risultato di farlo apparire più giovane ed energico. Da qualche tempo ser Irulio non dava più quell'impressione di poter tenere testa ad ogni avversità che era stata la sua grande forza. Era stanco, forse annoiato. Forse si sentiva prigioniero di un meccanismo dove il suo ruolo era già stabilito, dove della libertà di agire che era la sua vita non restava quasi più nulla.
Ma adesso, pensava Adrian guardando quegli occhi da sparviero scintillanti, tutta la debolezza e la noia erano cancellate. Adesso il nemico aveva un nome ed era sceso sul terreno preferito di Irulio: poteva essere colpito e annientato, mentre fino ad allora il mercante si era dovuto limitare a rivincite di seconda mano che umiliassero i suoi avversari soltanto di riflesso. Ora il fatto stesso che fosse accaduto ciò che lui aveva previsto da molto tempo lo metteva in quella posizione di superiorità ambita fino allo spasimo e mai raggiunta. Era una conferma a posteriori di tutte le sue deduzioni sull'inevitabile evoluzione dello scontro con i potentati di Redos.
Era qualcosa che sapeva perfettamente come affrontare.
Adrian sarebbe stato il suo strumento.
"Già da tre giorni ho ordinato a Tyren di selezionare un gruppo di elementi scelti per questa spedizione, cosa che ha fatto con la consueta solerzia." Rivolse un cenno di apprezzamento al suo luogotenente che ostentava una vistosa medicazione sul naso. Tyren stava guardando il sole tramontare dietro l'alta vetta del monte di Havan e, se si accorse del riconoscimento, non lo diede a vedere.
"Non poteva essere che così, finalmente la prova della verità delle mie intuizioni! Devo ammettere, comunque, che il ragazzo ha stile: il suo atteggiamento è stato impeccabile, tutte quelle storie della moglie mi hanno del tutto tratto in inganno. Ed anche la sua scelta di Shai come spia non poteva essere migliore. Avevamo sottovalutato anche lui, in verità: ancora mi domando come abbia fatto a sapere dell'affare dei diamanti di Kandia.
Una cosa non capisco, però: come ha fatto Garant a comprarlo. Mi sembrava di trattarlo già troppo bene per il suo reale valore. Avrebbe dovuto essermi grato per tutta la vita, gli davo una paga magnifica, più responsabilità di quante potesse assumerne, eppure..."
"Deve aver giocato sull'invidia, se mi permette un'osservazione, signore. Shai, nella sua boria, era convinto di non venir giustamente apprezzato, né tanto meno ricompensato. Prima solo Tyren, poi anch'io: si è sentito scavalcato. Era convinto che i miei progressi nella vostra considerazione fossero dovuti esclusivamente alla mia amicizia con Tyren."
Irulio lo guardò pensoso: "Probabilmente hai ragione. Sei in gamba, Adrian, molto in gamba. Ringrazio gli dei che hanno illuminato Tyren nel soccorrerti, quella volta di Elgo." Rimase in silenzio per un buon momento. Ogni volta che si parlava di avvenimenti trascorsi, Irulio sembrava rievocarli nel ricordo con estrema intensità. Adrian era convinto che il mercante sentisse il peso di ogni nuovo giorno come una piccola morte e cercasse in quei tuffi nel passato l'energia per continuare a combattere. Ci riusciva, ma a un duro prezzo: perché a dargli forza erano pur sempre soltanto delle memorie, che portavano inscritta in filigrana la morte che si avvicinava.
Irulio si scosse: "Bando ai ricordi! Abbiamo ben altri impegni futuri. Ci servono ancora un paio di giorni di preparativi: li sfrutteremo per raccogliere tutte le informazioni possibili dai nostri uomini. Intanto mandate delle spie a tenere d'occhio la tenuta. Non voglio correre il rischio che Garant trasferisca il bottino da un'altra parte a nostra insaputa. Tu, Adrian, tira fuori da questa ragazza ogni minimo ricordo della casa, della servitù, delle abitudini della villa.
Tu, Tyren, continua ad addestrare gli uomini nelle tecniche notturne e studia il loro equipaggiamento: voglio che abbiano tutto quel che può servire in una situazione del genere. Non devono fallire.
E ora andate. Voglio restare solo."

La gente che Irulio aveva fatto preparare per l'impresa era decisamente all'altezza delle esigenze. Giunti nei pressi delle Pietre Nobili, la tenuta di Garant, gli uomini si divisero in piccoli gruppi che attesero la notte nascosti nei boschi e nei valloni di cui la regione abbondava. Poi col favore delle tenebre - non si era neanche a mezza luna - tutti si ritrovarono nel punto da cui Edo ed Adrian avevano spiato i movimenti delle pattuglie pochi giorni prima.
Cinque tra i più agili si allontanarono nella notte appena il drappello di turno fu passato. Avrebbero predisposto corde per facilitare il passaggio degli altri, al più tardi entro mezz'ora. Poi, al ritorno del drappello, gli avrebbero teso un'imboscata. Sarebbero piombati sul resto dei difensori, prima le false sentinelle, poi gli altri: non ci sarebbe stato molto da combattere.
A Redos avevano mobilitato tutte le spie infiltrate tra gli uomini di Garant e avevano rapito un messaggero che arrivava dalla tenuta, sostituendolo con un loro uomo. Il malcapitato aveva raccontato loro tutto sui turni di guardia e sugli effettivi della difesa delle Pietre. Si erano stupiti allo scoprire quanto Garant fosse tranquillo e prendesse sottogamba il compito di proteggere la refurtiva. Evidentemente era convinto di aver messo a segno il colpo perfetto e non riteneva di correre alcun rischio. Era tanto sicuro di sé da mandare la sua giovane moglie a trascorrere un periodo di vacanza alla tenuta. Forse l'aveva intesa come una copertura geniale per gli insolitamente frequenti scambi di messaggi con Redos; oppure gli era sembrata soltanto un'idea originale.
Quando Irulio aveva saputo di questa coincidenza ne era quasi rimasto deluso: "Un dilettante si riconosce sulla distanza," aveva sbuffato, "chiunque può avere un'idea geniale, la classe sta nel saperla amministrare." Ma subito il bagliore predatorio gli si era risvegliato negli occhi: "Voglio quella donna, Adrian. La voglio qui, legata, e voglio divertirmi con lei. E` chiaro?" D'un tratto l'eccitazione nella sua voce era febbrile: "Tutto passa in secondo piano, le spezie, le merci, i diamanti... Se ne occuperà Edo. Tu trovala e portamela."
Adrian aveva dovuto annuire. L'idea di consegnare una vittima innocente alla fredda furia che bruciava Irulio non lo attraeva affatto. Avrebbe cercato di "fallire" quell'incarico con stile. Come, l'avrebbe deciso una volta tornato alla tenuta.
Adrian si allontanò dal resto della spedizione dieci minuti dopo i primi incursori. Aveva deciso di agire da solo, sia perché non riteneva di aver bisogno di chiedere aiuto per rapire una donna, sia perché non voleva testimoni che riferissero avvenimenti diversi dalla sua futura versione dei fatti. Saltò il muro alla prima delle corde e sprofondò nel buio verso gli edifici padronali. Aveva trascorso più di un pomeriggio ad interrogare Agata sui suoi ricordi della casa di campagna di Garant e riteneva di avere un'idea abbastanza chiara della magione, anche se la ragazza non era mai salita ai piani superiori, dov'era invece probabile che si trovasse dama Glirys, la sposa di ser Garant. Non era preoccupato, il suo talento si esprimeva meglio nell'improvvisazione che non nella pianificazione meticolosa. Il suo vecchio maestro era solito dire che i piani sono importanti, ma lo è ancora di più la capacità di trarre partito dal loro fallimento.
Mentre si avvicinava alla residenza nell'immenso silenzio di quella notte autunnale, si accorse di essere curioso. A Redos giravano parecchie voci sull'affascinante consorte di Garant: non si sapeva da dove venisse, né quale fosse il suo lignaggio. Il giovane l'aveva riportata con sé in città da uno dei suoi viaggi nel Sud e l'aveva sposata dopo pochi mesi di fidanzamento. Da allora la coppia aveva condotto una vita molto ritirata, li si era visti raramente in società se non in occasioni solenni ed anche allora solo per fugaci apparizioni. Di lei si diceva che fosse bellissima e molto giovane: lui ne era innamoratissimo, tanto da trascurare sovente gli affari per restare in sua compagnia.
Adrian, vista la piega degli avvenimenti, era propenso a credere che si fosse trattato di un'elaborata finzione mirata a stornare qualunque sospetto dall'erede di ser Elmer, troppo impegnato ad amoreggiare per dedicarsi a furti di carovane e diamanti. Tanto di cappello. Adrian sapeva apprezzare una bella trovata, anche se ad averla era un suo avversario.
Intanto era giunto nei pressi della villa. Il silenzio notturno era perfetto. Troppo perfetto, ai suoi acuti sensi di ladro. E non vedeva luci alle finestre, né avvertiva la presenza di sentinelle. Un vago senso di inquietudine prese a formicolargli sulla pelle, come uno spiffero freddo. Si avvicinò con circospezione ancora maggiore al muro orientale dove, al chiarore delle stelle, aveva scorto un balcone al primo piano. Si sciolse la corda dalle spalle e vi assicurò un rampino con gesti precisi, calibrati. Era teso ad avvertire ogni minimo segno, ogni sensazione che potesse avvertirlo del pericolo.
La notte era immobile. Solo stelle e silenzio.
Mentre bilanciava l'uncino per il lancio, un'improvvisa folata di vento che sconvolse le fronde degli alti tigli che crescevano vicino alla casa lo fece trasalire. Fino a un attimo prima non c'era neanche un sospetto di brezza ed ora le foglie sembravano impazzite. Molte, strappate da un autunno precoce, turbinavano nelle ombre argentate. Quello stormire caotico avrebbe coperto il rumore del ferro sulla pietra, comunque. Adrian non riusciva a essergliene grato.
Mise a segno il primo lancio. Si assicurò con tutto il suo peso che la corda reggesse e, dopo un ultimo sguardo all'inutile ricerca di una ronda, si inerpicò agilmente fino al balcone. Ritirò la fune, nella rassicurante ipotesi che qualcuno potesse passare e notarla, e dedicò la sua attenzione alle finestre. Nessuno si era curato di chiudere le persiane. Tirò fuori dalle tasche del farsetto lo stilo che portava incastonato all'estremità un piccolo diamante e il tampone imbevuto di resina adesiva destinato a evitare che il vetro tagliato cadesse con gran rumore all'interno della stanza. In pochi istanti era dentro. Si richiuse la porta - finestra alle spalle, per non attirare gli attenti sguardi delle fantomatiche sentinelle e attese un momento per abituare gli occhi all'oscurità.
Si trovava in una sala di rappresentanza, arredata con gusto: bel mobilio solido di legno scuro, divani e poltrone dall'aspetto confortevole, adatti ad una casa di campagna, per quanto raffinata. C'era una porta a due ante di fronte a lui. Chiudendo la finestra aveva cancellato dalla sua percezione il mormorio fantasma dei tigli. Li vedeva agitarsi di fuori, in balia di raffiche spietate, ma il silenzio di quella stanza non ne era scalfito. Provò a bussare con le nocche sull'anta di una credenza, ma inutilmente. Poi si scorse in uno specchio, vide che Krishdar, che portava a tracolla, riluceva di un bagliore quasi impercettibile.
Seppe che c'era della magia in atto.
Qualcuno attentava alla vita della moglie di Garant con ben altri mezzi che non Irulio. Doveva scoprire di chi (o di cosa) si trattasse.
Uscì su un corridoio che davanti a lui si allargava in un ampio ballatoio per le scale dal pianterreno. A sinistra continuava per meno di venti passi prima di arrivare alla terrazza principale, sulla facciata settentrionale; a destra oltrepassava un arco e si arrestava in una saletta dove c'era uno scrittoio con un lume da notte spento ed una sedia. Da lì un altro corridoio si dipartiva ad angolo retto dal primo e vi si aprivano altre due porte. Nell'aria aleggiava un fumo azzurrastro e profumatissimo, tanto da risultare quasi insopportabile da respirare. Adrian procedeva con la spada sguainata e ad ogni passo il riflesso fosforescente si faceva più intenso. Giunto al quadrivio si fermò, indeciso sulla direzione da prendere. Gli venne un'idea: spostò l'arma in un lento arco davanti alle porte ed al corridoio. Alla seconda porta il bagliore aumentò.
La aprì e venne investito da morbide volute di quell'incenso potente. Trattenne il respiro giusto in tempo. Richiuse la porta e, inumidito un fazzoletto con l'acqua della borraccia, se lo legò davanti al naso e alla bocca. Poi entrò.
Era una bella anticamera riccamente arredata che dava negli appartamenti di Glyris, a giudicare dal gusto tipicamente femminile delle decorazioni. Né Adrian nutriva alcun dubbio in proposito. Si chiese se avrebbe potuto far qualcosa per salvarla o se si sarebbe dovuto ritirare, insospettato testimone di troppo potenti incantesimi. Deglutì. Il fumo speziato pervadeva l'ambiente in una nebbia turbinante. Proseguì. Oltrepassò una sala da cucito e si affacciò alla stanza da letto. Krishdar ormai scintillava. La stanza era vuota. Vi si aprivano due porte: una, aperta, era quella del guardaroba; l'altra, appena accostata, doveva essere quella della stanza da bagno.
Percepì, più che sentire, un'invocazione cantilenante, sospesa nell'aria con i gorghi di fumo. E rimase di sasso. Era una voce femminile.
Rinfoderò la spada. Con morbidi passi di gatto si avvicinò alla porta semichiusa e sbirciò all'interno.
La sala era ampia, rivestita in marmi dalle tinte pastello. Argenti rilucevano ovunque, ma Adrian non ci fece caso. La sua attenzione era monopolizzata dalle due figure che mettevano in scena un inquietante rituale al suo centro. Spalle alla porta, una donna avvolta in una tunica di seta nera, i lunghi capelli corvini raccolti in una treccia che le scendeva lungo la schiena, tracciava nell'aria segni di magia ripetendo ossessivamente le parole arcaiche dell'incantesimo.
Davanti a lei, su una strana sedia di legno e cuoio, gli occhi di chi è in balia di una forte droga, stava... GARANT!
Il rivale di ser Irulio era nudo, inghirlandato di fiori viola che Adrian non conosceva. Polsi e caviglie erano assicurati ai braccioli e alle gambe della sedia con larghe fasce di cuoio rinforzate da borchie. Glyris gli aveva posto dei bacili d'oro sotto mani e piedi. Gli si avvicinò con movenze sinuose che fecero correre un brivido di desiderio per il corpo di Adrian. Sciolse un nastro che le teneva la tunica chiusa al collo e se la fece scivolare di dosso. Sotto ne indossava una identica, ma bianca. Carezzò il corpo del marito, lo sfiorò con le labbra senza smettere di recitare l'incanto. Garant era immobile, come di pietra.
Poi, all'improvviso, un pugnale lucente le comparve nella destra, senza che il fluido rincorrersi dei segni di potere ne venisse interrotto. Lo vibrò in un arco perfetto. Recise le vene dei polsi di Garant. Il sangue cominciò a correre dopo qualche istante, tanto la lama era affilata. Stillò viscoso nei bacili destinati a raccoglierlo. La lama ne era ancora monda.
Ai lati della sedia, in due bracieri di bronzo, ardeva l'incenso da cui emanava quel vapore asfissiante. Sul pavimento, pacchi sventrati da cui uscivano erbe essiccate e polveri dall'aspetto inconfondibile... LE SPEZIE!
Gran Cielo, le spezie di Cathaeth. Avevano sbagliato tutto. Garant era il romantico poeta che tutti conoscevano e Shai non sapeva niente dei diamanti di Kandia. Era Glyris la responsabile di tutto, la giovane sposa timida che stava sacrificando il marito per un rito che Adrian non conosceva, ma i cui scopi sospettava sempre più chiaramente. Glyris levò di nuovo il pugnale e con un inchino gli fece lambire le caviglie di Garant, come la lingua di un serpe. Il sangue non lo sporcò neanche questa volta. Affiorò in due linee vermiglie sulla pelle dell'uomo, dopo qualche momento, e corse a raccogliersi nei bacili, una pioggia purpurea e inarrestabile.
Adrian non riusciva a staccare gli occhi da Glyris. Il suo corpo emanava un magnetismo imperioso, una corrente di passione cui era difficile resistere, pur conoscendo il prezzo del suo amore. Proprio allora lei sciolse il nastro della tunica e rimase in piedi, le braccia aperte nell'invocazione, appena coperta da un velo rosso che non faceva che modellare le sue grazie. Si inginocchiò ed immerse le dita nel sangue. Poi se le portò alle labbra.
Adrian si strappò all'ipnosi malvagia di quella scena con le ultime energie. Respirava a stento, per il fumo e per la tensione del desiderio. Solo una piccola voce, lontano nel suo spirito, lo spronava a fuggire da quella strega e dalla lussuria del suo corpo, mantenuto giovane nei secoli dalla morte di chissà quante vittime. Garant era spacciato e Irulio non avrebbe avuto fanciulle con cui gingillarsi. Ogni passo che lo allontanava dal rituale infernale gli pesava come una condanna, ma doveva salvarsi, anche se quella morte non era un prezzo troppo alto per avere Glyris.
Traversò la stanza da letto quasi in trance ed inciampò nella toilette della donna. Si riprese appena in tempo per non rovesciare tutto in terra, specchi, cosmetici, gioielli. Era un bottino di tutto rispetto, ma non gli interessava. Doveva solo andar via, salvarsi nonostante tutto.
Raggiunse il corridoio come ubriaco, i polmoni pieni di quel profumo demoniaco. Corse al balcone, all'aria libera e all'urlo delle fronde dei tigli. Corse nella notte finché non sentì di nuovo il rumore dei suoi passi, non vide le fiamme e l'esultanza dei suoi compagni.
Edo gli andò incontro con un mezzo sorriso sulle labbra: "Tutto recuperato," gli disse, "mancano solo pochi pacchi di spezie. Ma..." Si accorse soltanto allora che era solo: "Sei solo."
Adrian riuscì a sorridere. Doveva avere una faccia terribile, comunque, e il sorriso doveva essere estremamente stonato con il resto dell'espressione. Edo sbarrò gli occhi: "Problemi?"
Il ricordo di Glyris era ancora troppo pericoloso. Adrian gli disse solo: "Andiamo via."


* Epilogo *


Irulio guardava la nebbia salire dalle acque del porto, mentre Adrian terminava il racconto delle avventure di quella sera.
"Capisce, ser Irulio, Glyris aveva bisogno di ardere quelle spezie per completare il rituale dell'incantesimo di ringiovanimento. Gliene serviva una gran quantità e avrebbe dovuto farla acquistare da voi, l'acerrimo rivale di suo marito. Forse avrebbe potuto ricorrere all'opera di un intermediario, ma le sarebbe costato una fortuna e non so come Garant avrebbe potuto convincere il vecchio Elmer a sborsarla. La sua gestione degli affari di famiglia non è stata molto brillante, come lei sa bene, e il loro patrimonio non è più quello di una volta."
Irulio pareva nuovamente invecchiato. La sua lungimiranza era stata solo un'illusione, restava prigioniero di un gioco che capiva sempre meno e i diamanti di Kandia non bastavano ad alleviare il suo sconforto. Si voltò verso Adrian: "Era bella?" gli chiese.
Adrian abbassò gli occhi: "Da far rimpiangere la morte," rispose.


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