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Una musica per strani strumenti - Seconda parte
III.
Quella notte il gelo era ancora più cristallino del solito. Nèrival si chiese - discorrendo tra sé e sé com'era solito fare prima di un concerto - se le corde del liuto ne avrebbero risentito. Considerata la particolare fattura di corde e liuto, però, era propenso a credere che l'unica cosa che avrebbe sofferto di quel freddo erano le sue dita. Erano comunque problemi oziosi e lo sapeva perfettamente. La musica di quella notte aveva dentro un fuoco che avrebbe addolcito ogni rigore, era una musica che non avrebbe permesso alle sue mani di non suonarla alla perfezione.
Si era avvolto in una cappa scura ed aveva lasciato la Casa da un'uscita secondaria, senza avvisare nessuno. Dopo pochi passi, dal buio, una figura snella si era unita al suo andare, strofinandoglisi contro gli stivali con morbidi salti affettuosi: Sirya sapeva quando lui avrebbe suonato. Mani di Vento aveva il liuto a tracolla, come ai tempi in cui aveva girato Estriana negli anni di apprendistato, ed un'ocarina in terracotta in una delle tasche della giubba. Camminava spedito nella notte, silenzioso come un ladro. Ai signori della musica ubbidivano anche i rumori.
Quando aveva visto Heris pallido come un morto, dopo che i dottori avevano finito di curarlo e gli avevano assicurato che sarebbe sopravvissuto, era stato come un lampo. Aveva capito che tutti i bei discorsi con cui si era preso in giro non erano altro che vuote chiacchiere: non poteva giocare la partita al modo degli avversari, perché avrebbe perso senz'altro.
Avrebbe dovuto giocare a modo suo. E se qualcosa fosse andato storto e la Gilda ne avesse risentito, pazienza: lo stavano battendo da anni e non se n'era accorto. Almeno stavolta avrebbe perso con onore, senza beffe e vergogna. Il suo ottimismo, ad ogni buon conto, reggeva ancora: non era troppo tardi e quella notte stava per dimostrarlo a se stesso nell'unico modo possibile: suonando come non suonava più da anni, suonando cose che aveva conservato in sé come perle, ma che erano ingiallite e quasi morte nel museo del suo cuore.
Provava un rancore sordo verso se stesso, per aver dovuto quasi sacrificare Heris sull'altare del suo egoismo prima di capire, ma conosceva abbastanza a fondo la natura umana per riconoscere - ora che aveva ritrovato la luce - l'incanto maligno che l'aveva avvinto. Era una nebbia di compiacenza e dubbio ipocrita, che metteva in discussione tutto quello che non aveva utilità immediata o che avrebbe portato a comportamenti eccentrici. Era la saggezza da quattro soldi che vede dietro ad ogni eroe un profittatore travestito, che non sa immaginare che esista qualcosa di diverso da sé e, se lo incontra, lo brucia o lo appicca alle Mura di Dolore.
Ne aveva abbastanza.
Ad uno sguardo retrospettivo si era accorto che la scintilla dell'Arte l'aveva sempre guidato in maniera accettabile, ma - come aveva scoperto retoricamente ancora poche sere prima - era venuta appannandosi e soffocando, nel labirinto di bugie ed agi dove si era perduto. Poi l'Arte aveva trovato la via al suo cuore, di nuovo. Aveva scelto Heris, confermando così la sua convinzione intima sul valore del ragazzo, e questo l'aveva consolato. Aveva quasi sacrificato il giovane per salvare il suo talento e questo gliene aveva dato di nuovo la misura. Quel dono non era solo il piacere dei sorrisi delle dame ed il prestigio in Tirien. Era anche un dovere preciso e ineludibile.
Quella notte i sentieri dell'Arte portavano sotto il balcone di Ser Armod, in un rito apparentemente futile - come aveva avuto la stoltezza di pensare quando Heris gli aveva chiesto la serenata. Aveva ragionato come se la logica dell'Arte fosse la stessa che governava i meschini equilibri di potere del Concistoro. I lunghi anni a capo della Gilda lo avevano trasformato nell'opposto di quel che era.
Quando, quella sera, aveva preso il liuto dall'armadio in cui aveva riposato per quel lungo, triste oblio, gli era sembrato che dal viso gli cadesse una maschera, che le membra gli si muovessero più agili e giovani; ed aveva riso di cuore, quasi che - invece di rischiare la vita - si stesse accingendo sul serio ad una serenata d'amore.
Dopo che Nèrival aveva disatteso così brutalmente la piccola speranza che aveva riposto in lui, Heris aveva deciso di tentare il tutto per tutto. Era giovane ed innamorato della sua musica e di Liniel. Aveva ragionato alla perfezione, analizzando gli ostacoli che avrebbero impedito a Mani di Vento di concedergli il desiderio richiesto, ma quella logica non gli si addiceva; la riconosceva negli altri, ma non sapeva applicarla a sé. O meglio, per quel che lo riguardava restava lettera morta.
Si era perciò convinto che, eseguendo in prima persona il concerto che aveva sognato di veder suonare da Nèrival, avrebbe sortito due effetti rimarchevoli: avrebbe mostrato al maestro il suo vero valore (e gli avrebbe dato una lezione, anche se rifiutava di ammettere questo fine persino con se stesso); sarebbe riuscito a conquistare il cuore di Armod, che non avrebbe potuto che benedire la sua unione con la figlia.
Da qualche parte nella sua testa, si rendeva conto che si trattava soltanto di sogni di ragazzo. Si rifiutava semplicemente di dar retta alla voce che glielo ripeteva.
Quella sera stessa, chiamando alcuni compagni a fargli da pubblico e soprattutto a dargli coraggio, si era recato a casa di Liniel. Aveva atteso che i rumori della città si acquetassero e si consolidasse il silenzio magnifico della notte fonda, quello che per un menestrello era il miglior accompagnamento. Aveva cominciato ad intesservi delle note in minore, di una dolcezza struggente. Aveva suonato così, in sordina, per qualche tempo, mentre gli echi si intrecciavano e gli evocavano attorno un'atmosfera irreale; poi, già da maestro, ne aveva ripreso le redini piegandola alla melodia di una delle più belle canzoni d'amore mai scritte, Voce di notte.
Liniel si era accorta subito che lui era lì, aveva appeso una lanterna verde al suo balcone. Avrebbe voluto scacciarlo, perché temeva per lui, ma la bellezza di quelle note era tale che non aveva saputo rinunciarvi. Non aveva mai sentito niente di simile. Chissà, forse avrebbero parlato anche al cuore di suo padre...
Una luce troppo forte si era accesa ed Armod si era affacciato. Il cuore di Heris aveva preso a battere fuori tempo, ma il respiro l'aveva saputo domare ed il giovane trovatore non aveva sbagliato nulla. Con la fronte imperlata di sudore, aveva continuato a costruire il suo sogno ed anche le pietre di strada e le ninfe perpetuamente assise nelle nicchie delle mura cantavano. Non era magia, ma quel che di più prossimo un semplice musicista potesse creare.
Armod era rimasto qualche minuto ad ascoltare. Poi era rientrato in un fracasso di vetri. Dopo pochi istanti la porta carraia si era spalancata e ne erano uscite alcune guardie private dell'ex-principe che, senza dire una parola, si erano avventate su Heris ed i suoi amici. Questi erano riusciti tutti a mettersi in salvo, mentre lui, troppo concentrato sulla sua musica, era stato una facile preda. L'avevano picchiato a sangue, gli avevano fracassato lo strumento e l'avevano trascinato via. L'avevano gettato in un macchione di rovi ai piedi delle mura, vicino ai Templi e se n'erano andati.
Gli altri ragazzi li avevano seguiti. Avevano soccorso Heris e l'avevano portato il più velocemente possibile alla Casa. Avevano chiamato i dottori e poi Nèrival. Quando Mani di Vento era accorso al capezzale di Heris, il ragazzo sembrava dormire; al suono della sua voce, però, aveva aperto gli occhi. Si erano guardati per un lungo momento, poi Heris si era riaddormentato, con un sorriso sulle labbra. Aveva visto la luce sorgere di nuovo nello sguardo del maestro.
Nèrival aveva ben calcolato l'ora della sortita. Quando raggiunse il palazzo di Armod dal portone di legno ornato dall'insegna di famiglia - uno scudo con tre lance incrociate - di nuovo ogni rumore si era spento in Tirien. Tranne il fatto che lui era solo ed aveva molti più anni sulle spalle, si sarebbe detto che quella notte la sorte avesse deciso di concedere una replica della sfortunata serenata di Heris. Nèrival, tuttavia, non avrebbe suonato Voce di notte. Non c'era un titolo per il brano che si accingeva ad interpretare: forse si sarebbe potuto chiamare Per Armod, visto che lui ne era l'unico destinatario; così, però, lo si sarebbe potuto scambiare per un omaggio, cosa che a Nèrival non garbava affatto. Sarebbe rimasto ciò che era, una musica notturna con strani strumenti.
Si appostò nell'ombra di un canto sotto il balcone principale, dove supponeva affacciasse la finestra del messere; si appoggiò al muro e si concentrò solo su se stesso, sul proprio respiro. Finché non seppe percepire il suo diaframma come un sottile foglio d'oro che vibrava in armonia col vento, ondulandosi piano nel gioco dei polmoni ed arricchendo il fiato di minuscole particelle luminescenti, tratte dai recessi più nascosti del suo corpo.
Si portò alle labbra l'ocarina e soffiò l'aria dorata nell'antica terracotta che portava incisi segni di potere, lo stesso potere delle correnti celesti e dei gorghi dello spazio lontano, in armonia con la Via Lattea che gli scintillava dentro, palpitante ad ogni battito del cuore.
Una musica come la voce del tempo si disperse lentamente per la strada, note che contenevano l'intimo senso del trascorrere che rende tanto dolci e dolorosi i bei momenti della vita. Forse era proprio quello il senso nascosto, lo stesso senso del tempo che corre e che tuttavia nasconde in sé segreti, radure di pace e di potere.
Tutto era immobile.
Nèrival trasse un'ultima nota dall'ocarina e subito le donò un corteggio di accordi del liuto, così che contro ogni legge il suo suono non scomparve, ma rimase come chiave di volta degli impossibili arpeggi che le dita sovrumane di Mani di Vento inventarono dalle corde. Un ritmo insospettato animava la musica, quello stesso, saggio degli spazi del tempo, che permetteva a Noren di far roteare un numero inaudito di sfere infuocate o ai Sacri Danzatori di disegnare le proprie coreografie. Era un affresco giocato sul silenzio e non sul suono, un incantesimo accordato su echi segreti che volava diritto all'anima di Armod e ne mutava la sostanza.
Non si accesero luci, nel palazzo.
Il bardo percorreva con grazia e tempi rituali le ineffabili pause della canzone.
Ser Armod, seduto al suo scrittoio, guardava fissamente le fiamme che ballavano nel focolare; non percepiva coi sensi la loro danza, ma qualcosa in lui la intuiva guidata dagli accordi del bardo, che percorrevano la sua coscienza profonda come lievi onde mosse dall'affiorare subitaneo di una groppa lucente. C'era e non c'era, su quella sedia.
Una piccola parte irriducibile del suo spirito, per quanto immobile e presaga della sconfitta, si arroccava all'ultima speranza: Tovar, il capitano delle sue guardie.
Quando la musica di Nèrival fu quasi energia variopinta nell'aria, la porta dello studio di Armod si scostò. Un soldato si affacciò, lo chiamò. Armod non rispose, non poteva.
Si sentì una bestemmia, dei passi affrettati.
"Va', fedele amico, vai e liberami!" ghignò quella piccola parte maligna che neanche il miracolo di quella notte era riuscito a conquistare.
L'energia di Nèrival era una cosa sola con la sua musica. Era la sua vita che palpitava negli anfratti del suono ed operava la sublime alchimia che stava mutando l'essenza di Armod. Nèrival aveva saputo che non sarebbe stato facile. Confidava però nella sua abilità e nella maestria degli anni, per la riuscita dell'incantesimo. Nonostante potesse apprezzare appieno lo svolgersi del tema e sapesse perciò di non aver commesso errori, percepiva tuttavia una resistenza estrema, qualcosa che si opponeva alla Forza e rischiava di vanificare ogni suo sforzo. La sua concentrazione era però assoluta. Quella recondita stonatura - che avrebbe sviato e portato alla rovina un altro meno esperto - venne da lui stimata e ponderata, carezzata con accordi sempre più eterei fino a divenirne sfumatura, componente essenziale. Il buio atomo di male trincerato nell'animo di Armod stava per essere sciolto nel canto, trasmutato per sempre. Purché nulla distraesse Mani di Vento.
Qualunque incidente poteva costargli più della vita, un'eternità di condanna al caos.
La porta carraia si aprì. Si sarebbe spalancata con fracasso se nella via vi fosse stato spazio per qualunque altro suono che non fosse la canzone di Nèrival. Così, il suo clangore fu solo un basso continuo che non fece che esaltare la melodia delle corde alte del liuto. Tre soldati si precipitarono fuori e rimasero per un attimo immobili, storditi dalla potenza dell'Arte. Poi uno si riebbe, scosse gli altri indicando loro la figura regale del bardo, fece per avventarglisi contro.
Un'ombra si staccò dal muro. Gli si parò davanti.
"Se non erro, per applaudire si aspetta la fine del concerto," sibilò lo sconosciuto, "cafone!"
Una spada lampeggiò, precipitando sull'elmo di Tovar di piatto, strappandone un chiaro scroscio di piatti. Il capitano si accasciò a terra, esanime.
"Altri entusiasti incapaci di aspettare?" chiese l'uomo sorridendo, agitando la lama davanti agli occhi dei due sgherri come la lingua di un crotalo.
I due arretrarono pochi passi, poi si gettarono al riparo del portone, chiudendoselo alle spalle.
La figura sembrò dissolversi nell'oscurità ai piedi dei palazzi, mentre Nèrival pizzicava le ultime armoniche. Il miracolo era compiuto, Armod avrebbe accettato con gioia Heris come genero e la Gilda avrebbe avuto un nuovo, appassionato sostenitore Tutto questo era dolce per Nèrival, ma era nulla in confronto all'estasi di annientamento che aveva gustato nuovamente, dopo tanti anni. Sentiva ogni fibra rigenerata, rinnovata dalla piena di potere di cui era stato semplice canale quella notte. Sentiva di nuovo la musica delle sfere. Guardò in alto.
Sulla grondaia del palazzo di Armod, qualcosa scintillava.
"Se Fai come Devi, cerca il Quadrifoglio," recitava uno degli aforismi dei Padri dei Sentieri. C'è sempre un segno palpabile dei portenti, per ogni accadimento nel mondo spirituale dev'esserci un prodigio nel mondo materiale che ristabilisca l'equilibrio e testimoni la potenza del demiurgo.
Sulla grondaia del palazzo di Armod, un gatto d'argento si stirò, poi indolentemente saltò sul davanzale di una finestra due piani più giù. Liniel si affacciò, sublime nel bagliore incantato dell'animale, lo accarezzò. Le sue dita incontrarono qualcosa, nascosto nel folto della pelliccia. Era un campanello. Lo baciò e lo lanciò a Nèrival.
Il gatto le leccò gentilmente le dita, poi si inarcò e d'un balzo volò nell'aria di cristallo, verso l'ultimo spicchio di luna non ancora tramontato oltre i Denti. Nèrival scosse delicatamente il campanello; quando anche l'ultima eco si fu spenta, si udirono i primi rumori della nuova mattina, il rullio lontano di un carro, le prime consegne. Mani di Vento sventolò il suo cappello in saluto e fischiettando si avviò verso casa, mentre Sirya gli intrecciava giocose giravolte tra i piedi.
* * *
"Ti sono debitore, Adrian di Montefalco," affermò Nèrival senza giri di parole il giorno dopo, quando il suo nuovo studente entrò nella stanza che affacciava sulle montagne, "doppiamente debitore. Mi hai salvato la vita e non hai chiesto nulla in cambio."
"Credevo non mi avessi notato, maestro. Ieri notte eri la tua musica."
"Ero musica ed aria, strumento ed Arte. Ero la via ed il palazzo, Adrian, come avrei potuto non notarti? Se quei soldati mi avessero impedito anche per un attimo di suonare, non avrei potuto includerli nell'affresco. Avrei fallito ed il mio spirito si sarebbe sparso ai quattro venti, senza pace per sempre. Credo tu capisca cosa ti devo."
"Mi hai dato la più bella musica che io abbia mai sentito e la gioia di avere una piccola parte nel suo compimento, Nèrival, non ci sono debiti tra noi. Non ce ne possono essere tra un maestro ed un allievo: solo stima ed amicizia. La tua Arte è grande e voglio imparare per quanto mi è possibile. Quando ho sentito l'Energia concentrarsi, stanotte, vi ho letto la tua impronta e sono accorso. Essere semplici testimoni di un miracolo è già tanto, avere un ruolo nel suo accadere è un premio immenso, credimi."
Gli porse la mano. Nèrival la strinse con forza, a suggellare quel nuovo patto. Aveva sbagliato molto, negli ultimi anni, ma almeno in una cosa aveva visto con saggezza: nell'amare quella ricchezza di incontri ed avventure che aveva sempre sentito intessuta nella vita di tutti i giorni, il nuovo e l'inatteso perpetuamente in agguato dietro ogni angolo.
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