I.

Dalle finestre della Gilda le cime dei Denti apparivano incoronate di stelle nel velluto della notte. La fioca luce della citt non arrivava a disturbare le ombre, in quel quartiere, e Nrival era solito meditare al riflesso danzante di una candela che sembrava accentuare l'oscurit, invece di lenirla. La luna era da poco tramontata e l'unico rumore era il fruscio sommesso del vento del Nord, interrotto ogni tanto dal rullio lontano di un carro: le prime consegne, ancora a notte fonda, quando tutti dormono e l'aria brucia da quanto fa freddo, ma  anche profumata e pura come il cristallo.
Forse era ora di andare sulle montagne, si diceva il bardo, forse era tempo di lasciare i problemi che avvinghiavano come ragnatele e non permettevano di liberare il canto come sarebbe stato giusto. Ora che Indris aveva ritrovato il senno era forse giunto il momento di ritirarsi in alto, fuor di contatto, dove l'aria  sempre pura come alle tre del mattino.
La fiamma si era acquetata. Solo il culmine tremolava, quasi impercettibile. Diffondeva un calmo chiarore in cui la sua sensibilit quasi magica sapeva discernere un'impalpabile filigrana di note: Nrival era il Maestro della Gilda dei Trovatori di Rig Tirien. Era il miglior musico di Estriana dopo Indris, ma questi era sempre stato restio ad assumere cariche ed a sottomettersi ai rituali della societ. Da quando aveva perso la moglie, poi, era impazzito e solo quell'autunno, dopo una lunga follia, era tornato in s. La sua vena si era arricchita, tuttavia, in quegli anni di buio e la sua musica era ora pi limpida e celeste che mai. Nrival dubitava che sarebbe mai riuscito a convincerlo a prendere il posto che meritava nella Gilda e a Rig Tirien.
Ne dubitava perch anche lui cominciava a nutrire seri dubbi sull'opportunit di restare a capo della corporazione. Sentiva la sua arte affievolirsi come quella fiammella, indomita e condannata, nei giochi di potere, negli scambi, nell'ipocrisia che lo attorniava e che sopportava meno ogni giorno. All'inizio l'aveva trovato un peso facile da portare. Non aveva dovuto far molto per arrivare al posto che occupava ora, perch la Gilda, nonostante tutto, era ancora abbastanza pulita ed i meriti erano il miglior lasciapassare. Ci volevano naturalmente anche altre doti, oltre all'arte, e lui ne era fornito in giusta misura: diplomazia, cortesia, saggezza, lungimiranza. Non era un tipo ambizioso. O meglio lo era talmente da non poter concepire altri strumenti di vittoria che non l'eccellenza.
Il perseguire la perfezione l'aveva modellato e l'aveva cambiato. Gli ardori giovanili si erano trasformati in un fuoco pacato che alimentava senza posa la sua ricerca, mentre molti falsi valori si erano rivelati come tali ed avevano cessato di contare. Questo era accaduto lentamente, naturalmente, come dalla ghianda nasce col tempo la quercia; come Fydria, il vecchio Decano, aveva capito guardandolo negli occhi ed ascoltandolo suonare. Ora le preoccupazioni connesse ai falsi problemi gli risultavano sempre pi snervanti e pericolose.
Eppure qualcosa in lui si rifiutava. Qualcosa voleva continuare a combattere ed a rischiare: non per guadagni o onori, ma per dare l'esempio. Nrival voleva essere un faro per i suoi apprendisti, dimostrare con la sua vita la possibilit concreta dei suoi insegnamenti. Era meglio una romanza degna di un dio o un nuovo cercatore avviato per il mondo? A cosa serviva la musica, senza l'Arte? 
Indris, lui s, era talmente intriso di musica da non esser disposto ad alcun compromesso... Forse era troppo egoista, chiss, ma un talento come il suo dava diritto a quel genere di egoismo che viene dalla consapevolezza del proprio valore. Nrival sapeva di non valere quanto lui, ma sapeva anche che Fydria aveva avuto ragione a sceglierlo per dirigere la Gilda: nel genio di Indris non c'era spazio per altre preoccupazioni e la corporazione necessitava invece di cure, continue ed amorevoli, anche a scapito della creazione.
Nrival si alz e spense la fiammella tra le dita. La luce d'argento delle stelle col piano dalla finestra, rivestendo la stanza di magia. Avrebbe  voluto che Sirya facesse capolino al davanzale, di ritorno dalle sue esplorazioni notturne, per carezzarla e sentirne le fusa sotto i polpastrelli. Amava la sua gatta, la grazia e la libert della sua esistenza. Gli ricordava gli anni trascorsi, l'uomo che non riconosceva pi.
Dormire era sempre pi difficile. Non c'era tempo per meditare che di notte e senza quelle ore di dialogo silenzioso la lira restava inerte, solo un misero pezzo di legno. L'abilit nell'arpeggio, la tecnica di composizione non erano niente, solo presupposti. Quel che lui ed Indris e gli altri che erano venuti lungo gli anni condividevano era una forza che sembrava esistere in s ed usarli semplicemente per manifestarsi. Quel che contava era rendersi trasparenti al suo potere.
"Solo quando capirete che voi ed il vostro strumento siete la stessa cosa sarete maestri," era solito dire Fydria, riprendendo le parole antiche dei predecessori: Tehd, Yano Pioggia d'Estate, Lgan il Trovatore e tutti gli altri il cui ricordo e la cui scienza vivevano nelle mura e nei costumi della Gilda. Il bardo e la lira sono solo i mezzi che l'Arte sceglie per celebrarsi e trionfare ed  perci assurdo che il bardo sia men che umile.
"Si  forse mai visto un liuto borioso come te?" aveva detto Indris anni prima a Godver il Gonfio, che era oggi la luce degli occhi della nobilt di Estriana tutta, poco prima che il Consiglio di Gilda ne decretasse l'espulsione per aver contravvenuto alle norme che regolavano compensi e prestazioni. Ed aveva avuto ragione, perch come nessuno complimenta la viola o la mandola per un buon concerto, cos nessuno dovrebbe complimentare un bardo, o perlomeno il bardo non dovrebbe dar peso alle leziosit ed alle lodi da ignoranti che gli vengono rivolte.
Questo lui lo sapeva, anche se a volte ricordarlo era difficile. Anche Indris e pochi altri.
La gran parte, tuttavia, trovava quell'umilt troppo dura da imparare e non riusciva a stimare con saggezza il mondo oltre l'Arte. Era per quelli che avevano una possibilit che Nrival sentiva di dover rimanere al suo posto, nonostante tutto. Molti potevano capire ed il suo sacrificio non sarebbe stato vano.
Inoltre, a parte qualche momento in cui la coscienza di quel che avrebbe potuto creare si faceva viva e dolorosa come una ferita, la sua esistenza era piacevole - inutile negarlo - forse troppo. Amava insegnare, frequentare gente di spirito, suonare per la cittadinanza; amava il suo mestiere e la ricchezza di incontri ed avventure che sapeva intessuta nella vita di tutti i giorni, il nuovo e l'inatteso perpetuamente in agguato dietro l'angolo.
Quella mattina, ad esempio, aveva conosciuto un giovane che gli aveva dato parecchio da pensare. Si era presentato gi da qualche giorno ed aveva fissato un appuntamento per incontrarlo a quattr'occhi. Normalmente Nrival e gli altri insegnanti esaminavano i candidati in gruppo, anche per apprendere cose sul loro saper vivere in compagnia di cui probabilmente neanche loro erano al corrente. Adrian - questo era il suo nome - non aveva accettato la procedura canonica e gli aveva chiesto udienza privata, accennando ad interessi specifici che avrebbe voluto coltivare sotto la sua guida. Nrival si era reso conto di non trovarsi davanti un allievo come gli altri: dagli sguardi e dalle mezze parole dell'uomo aveva derivato l'impressione che si trattasse di un cercatore di saggezza antica, un adepto di discipline di cui non si parlava pi volentieri in pubblico. Era convinto, poi, che non fosse un semplice apprendista alle prime armi.
L'aveva ricevuto in quello stesso studio le cui finestre affacciavano sulle cime dei Denti. Adrian aveva subito confessato di non esser attratto dalla musica in s, bens dalle arti che le erano naturalmente correlate e dai metodi di autocontrollo essenziali per una sua pratica di alto livello. Nrival aveva scelto di fingere incomprensione per degli interessi cos fuori dalla norma ed apparentemente di scarsa utilit, mentre in realt vedeva benissimo dove l'altro volesse andare a parare. Era molto tempo che non si trovava faccia a faccia con quegli studi, pens con disappunto, i mille impegni non erano stati nocivi soltanto alla sua creativit... Il Potere, per, certe volte, aveva strani modi di richiamare all'ordine.
Fuori la primavera regnava oramai incontrastata. Il disgelo era venuto presto, quell'anno; a met marzo, tuttavia, il tempo era nuovamente cambiato, facendo temere per i raccolti e per gli argini. Avevano trepidato per un paio di settimane, ma adesso finalmente il pericolo era passato. Il sole splendeva dorato sulla citt, baluginando sui ghiacciai lontani come un dio che gioca, e l'aria era impregnata delle essenze del risveglio. Nrival si alz e and alla finestra, camminando a piccoli passi incerti, le mani strette dietro la schiena: l'immagine del dubbio.
Adrian non si fece trarre in inganno. Aveva percepito l'interesse e la comprensione dell'altro al di l della maschera affettata e si limit ad una storia insapore di studi giovanili con un aio poco ortodosso, di una fa- miglia di piccola nobilt che stravedeva per lui ed era in grado di pagargli ogni capriccio, di un'ispirazione per un nuovo genere di musica completamente diversa da quella praticata fino ad allora. Era disposto a compensarlo molto bene, se avesse accettato di insegnargli.
Nrival si gir lentamente. Aveva guardato l'agitazione colorata nella via sotto la Gilda per tutto il tempo in cui Adrian aveva parlato. Abbandon l'inutile mostra di incertezza e gli si rivolse con tono severo: "Non credo di poter aiutare lungo la Via qualcuno che cerca di ingannarmi. Non credo ad una sola delle tue parole, Adrian di Montefalco: ti esorto perci a lasciarmi ed a tornare quando non avrai paura di dare voce al tuo cuore."
""Le parole sono un vano battito d'ali nello splendore del sole"  scritto nelle Raccolte di Latha. Perch mi chiedi ci che sai quando lo hai letto nei miei occhi, Nrival? Non rispetti il mio segreto come io rispetto il tuo?"
Nrival, senza dire altro, gli aveva porto la mano.
...un vano battito d'ali nello splendore del sole... Quel vecchio aforisma gli era risuonato nella mente senza dargli tregua per tutto il giorno. Ogni tanto si sentiva un groppo in gola.
I primi riflessi dell'alba si intuivano gi dietro i tetti delle case di fronte; le stelle si andavano sbiadendo. L'aria gelida l'aveva quasi intirizzito, ma sentiva in s il vecchio fuoco familiare. Si sedette sul suo scranno preferito, prese la mandola ed improvvis un'aria per delle strofe che aveva composto di recente, in un'altra notte molto simile a quella...

Io non ho che pochi sterpi
per celebrare
		     col fuoco
coloro che hanno tracciato
				     comete
verso il sole del Nord

Non sono neanche padrone di una giusta musica
che risuoni sorella al crepitio
perci non saranno danze intorno al braciere.
L'omaggio arder nel silenzio
e forse lo udranno
			    in viaggio
perch nel silenzio hanno vissuto
o forse in altre armonie.

Io non ho che pochi sterpi
					ma una lucida fiamma
pu sgorgare da essi senza vergogna
e senza timore innalzarsi

			Che sappiano che il viaggio continua




II.

La lezione era terminata da pochi momenti. Nell'aria della stanza risuonavano ancora gli echi degli ultimi accordi, mentre gli studenti riponevano i liuti e raccoglievano i fogli di pergamena delle partiture. Il frusciare segreto degli spartiti e gli urti sonori degli strumenti mentre venivano sistemati negli astucci erano tra i rumori preferiti di Nrival: gli davano un senso di intimit e maestria, gli ricordavano la piacevole spossatezza che seguiva ad un buon concerto. Era soddisfatto dei progressi di quella classe, c'erano degli elementi veramente validi. Rifletteva sui prossimi esercizi che avrebbe assegnato loro, grattando distrattamente la testa di Sirya, che aveva anche lei assistito alla lezione morbidamente acciambellata sulla cattedra: per una questione d'equilibrio era inevitabile che il suo gatto amasse la musica. Raramente Sirya perdeva una delle sue ore d'insegnamento ed era sempre spettatrice delle lunghe prove, compagna delle notti in cui Nrival componeva. 
Heris si affrett a chiudere la custodia e venne verso Mani di Vento con la faccia di chi ha una richiesta da fare,  convinto che non verr accettata, ma sotto sotto lo spera. Heris era il migliore della classe e a Nrival era caro come un figlio. Anche se fingeva con se stesso di non averci ancora pensato, era quello che aveva segretamente scelto per essergli successore. Certo, mancavano lunghi anni alla fine del suo apprendistato; doveva ancora essere iniziato alle pi elementari arti riservate ai migliori, ma Nrival aveva gi intuito in lui le qualit che riteneva essenziali per assolvere adeguatamente alla carica. Erano fisicamente tanto diversi quanto erano simili spiritualmente: biondo e chiaro di carnagione Heris, moro ed olivastro Nrival; l'uno timido e quasi goffo, l'altro estroverso ed agile, flessuoso nei movimenti come un ballerino. Lo sguardo era per lo stesso: acceso d'energia e spesso smarrito in luoghi lontani, brillava del carisma dell'Arte. Erano in pochi, a Tirien, a riuscire a non abbassare gli occhi quando Nrival li fissava senza finzioni, durante le lunghe ed ostiche riunioni del Concilio in cui si tentava di imbrigliare la forza della Gilda per fini indegni o se ne insidiavano i possedimenti. Lo stesso sarebbe accaduto con Heris, Mani di Vento ne era certo; il suo aspetto inoffensivo avrebbe soltanto accentuato l'impatto con la sua personalit, dandogli qualche carta in pi per vincere. Le maschere donate dalla natura valevano quanto un talento.
D'altro canto tutto era maschera, a saper guardare.
"Dimmi, figlio," gli chiese quando Heris ebbe trascorso qualche tempo in impacciato silenzio al suo cospetto, senza decidersi a parlare, "in cosa posso aiutarti?"
Heris si schiar la voce: "Ecco, Maestro, so che il suo tempo  gi insufficiente alle esigenze della Scuola e della musica, ma...
Non so se..."
"Avanti, Heris, cosa potresti volere che io non sia almeno in grado di ascoltare? Se una cosa dev'esser fatta, devi trovare in te l'energia perch questo accada, ricordalo: la forza per ogni azione possibile  in te, devi solo saperla raggiungere. Ricorda l'adagio "Il tuo cuore  vento, ghiaccio, roccia o fiamma secondo il tuo volere, se ne conosci i sentieri". Chiedi senza paura."
"Vorrei chiederle una serenata, Maestro." Gli occhi gli brillarono di quella luce viva, sebbene le guance ardessero di tutt'altro fuoco. Fiss Nrival per un momento, poi abbass lo sguardo.
Mani di Vento trasecol. Non si era aspettato niente di particolare, ma la richiesta di Heris lo sorprendeva; pi che altro non vedeva il motivo di tanta ritrosia ed imbarazzo. Che il giovane, dopo tutto, non avesse la stoffa per sostituirlo alla testa della corporazione?
Rimase in silenzio per un p, cercando di sondare le ragioni dello strano comportamento di Heris, osservandone il disagio crescere di momento in momento.
Poi gli venne in mente.
Liniel.
Ser Armod.
Si accorse di star trattenendo il fiato. Da quel desiderio potevano nascere seri problemi.
L'aula era ormai vuota, gli altri allievi erano sgattaiolati via senza cerimonie, avendo percepito nell'aria qualcosa da cui era il caso di tenersi lontani.
"Una serenata per chi?" chiese infine Nrival, pi per prendere tempo che per altro.
Heris aspettava quella domanda con terrore da giorni, ma le parole del maestro gli avevano schiarito la mente. Us la paura che gli chiudeva la gola come un'arma. Inspir profondamente, lev gli occhi e scand senza fretta: "A damigella Liniel di Rivalta, signore."
I timori del bardo si stavano rivelando assolutamente infondati. Nel momento di sospensione che segu le parole di Heris, una parte di Nrival esultava perch vedeva confermate tutte le sue tesi. Il ragazzo aveva carattere. Il ragazzo era in grado di prevedere con precisione le conseguenze di un'azione e, ci nonostante, aveva lo spirito di intraprenderla, se il cuore lo spingeva.
A parlare cos era la mente saggia di Nrival.
Quel che diceva la mente politica era tutt'altra cosa.
Ser Armod di Rivalta era un personaggio pubblico assai in vista a Tirien. Ricchissimo possidente, le sue tenute si stendevano per leghe nelle fertili campagne verso Yorda; il feudo di Rivalta era da sempre il cuore delle sue terre, il centro da cui la famiglia di cui Armod era l'ultimo esponente aveva mosso i passi che dovevano portarla prima al principato, poi a mettersi a capo di un complotto che era stato esca alle guerre che avevano portato alla costituzione della Libera Citt di Rig Tirien ed all'abolizione dei privilegi e dei titoli nobiliari. Il principe Armod era diventato un semplice messere - o meglio, Ser Armod, perch non bastava una legge per abolire la diseguaglianza - ma non aveva smesso di accarezzare i sogni di grandezza dei suoi antenati. Si mormorava che fosse a capo di una societ segreta che tramava per la restaurazione della monarchia, ovviamente nella sua persona.
Era impossibile credere che un tipo simile, ossessionato dalle forme e dall'etichetta, avrebbe accettato di buon grado un genero cantastorie.
Le chiacchiere volevano che Liniel ed Heris si fossero conosciuti l'anno prima in occasione del concerto-saggio che gli allievi organizzavano per le feste di Mezza Estate. Lei sedeva in prima fila accanto al padre; Heris era caduto nel viola dei suoi occhi appena salito sul palco ed aveva suonato solo per lei, raggiungendo livelli di maestria degni dei migliori trovatori. Liniel aveva scoperto di apprezzare quell'omaggio molto pi dei gioielli e delle magioni che le offrivano i suoi abituali corteggiatori e si era innamorata di lui. Si diceva che da allora fossero riusciti a vedersi poche volte in gran segreto ed avessero per coltivato il loro amore con la stessa cura dei pi insigni giardinieri. Poi, per una stupida frase di una dama di compagnia, Armod aveva scoperto tutto.
Con una magistrale esibizione di autocontrollo e diplomazia, il signore di Rivalta si era limitato a proibire altri contatti tra i due giovani ed a promettere la ragazza in sposa al rampollo di una casa di Rig Metra con cui intratteneva importanti rapporti commerciali. Si mormorava che, in uno scontro privato con Liniel, Armod avesse profferito minacce ed una serie di battute insultanti verso la Gilda ed i suoi membri; di queste opinioni non vi era per alcuna traccia nei suoi comportamenti pubblici ed i capi della Corporazione non vi avevano dato gran peso. A dire il vero, Nrival - probabilmente troppo preso da altri problemi - aveva liquidato tutta la storia come serveggio di comari. Ora, invece, eccone la conferma e la disgraziata prospettiva di una scelta tra due vie egualmente dannose.
"Da quel che sento, non credo che la damigella faccia parte di una famiglia che apprezza le nostre arti, Heris. Ho torto?"
"Lei adora la musica, signore, e vi stima immensamente. Suo padre per, no, non  affatto della stessa opinione," rispose Heris, riuscendo a mantenersi calmo. Nrival vedeva tuttavia il suo autocontrollo vacillare, l'energia e la paura alternarsi sulle sue guance.
"Sai che spesso l'opinione di un padre vale pi di quella della figlia, in questo mondo. Non so come potrei accontentarti senza offendere Armod. E poi, perch?" Da quella brutta storia bisognava salvare il salvabile: che fosse almeno una lezione di vita per il ragazzo.
Nrival non aveva dubbi in proposito: non poteva mettersi in ballo, neanche per l'affetto che provava per Heris. Se fosse stato un menestrello qualunque non avrebbe esitato un istante, ma se fosse stato un menestrello qualunque Heris non si sarebbe rivolto a lui. Non credeva che l'apprendista stesse invocando da lui qualcosa di pi di una bella serenata. Non sapeva nulla di quel che la musica poteva fare, se non, forse, quelle storie che i novizi si sussurravano a notte nelle camerate: Heris voleva che lui usasse contro Armod quello che lui rappresentava, il prestigio ed il potere della Gilda dei Trovatori.
Nrival non poteva rischiare di nuocere alla corporazione per un motivo in fondo cos futile. Gli equilibri in gioco erano delicati. Un nemico come Armod poteva colpire in mille modi ed il clima che regnava a Tirien in quegli anni era tutto a suo vantaggio. Sentiva sempre pi spesso discorsi sull'inutilit delle Belle Arti, fronteggiava sempre pi spesso manovre contro la Gilda che originavano da una lettura dei bisogni umani mistificata ed inaridita: non poteva compromettere anni di diplomazia con un gesto cos plateale e comunque inutile. Non era Indris.
Heris col tempo avrebbe capito.
"Perch la amo pi della mia arte e della mia vita, signore. Perch il vostro intervento potrebbe cambiare il padre... Voi siete una leggenda: se si sapesse in giro che avete cantato per lei, Armod non potrebbe non tenerne conto. Forse cambierebbe idea, forse..." Le frasi si accavallavano. Heris aveva capito, ma non sapeva rassegnarsi. Voleva usare tutte le carte che aveva e cercava di non dargli tempo di rispondere. Era congestionato, aveva le lacrime agli occhi. Nrival avrebbe voluto abbracciarlo, avrebbe voluto cantare per lui e per il suo amore, ma non poteva. Era invischiato in un gioco in cui gli restava poco spazio, poco respiro. Si costrinse ad usare una voce dura.
"Armod non  tipo da lasciarsi commuovere da una bella canzone e le conseguenze di un gesto simile sarebbero gravi per tutta la Gilda. Puoi anche ritenere che una donna valga pi del tuo talento, ma pensi che valga pi di tutto questo?" Fece un ampio gesto, a comprendere l'aula, il cortile assolato e gli altri edifici della Casa. Aveva alzato la voce suo malgrado, in una reprimenda che non sentiva nel cuore, ma che riteneva utile. Sirya lev la testa con fastidio, disturbata nel sonno, e lo guard senza entusiasmo. Aveva gli occhi della sua anima. Nrival ammutol.
Le sue parole erano per giunte a segno. Heris fece qualche passo all'indietro. Lo fiss con durezza, gli occhi a un tratto secchi, le labbra una linea sottile ed i muscoli della mascella tesi nello sforzo di dominarsi. Rimase in piedi a qualche metro dalla cattedra e attese in silenzio di essere congedato.
Nrival si trov per una volta a corto di parole. Trasse dalla postura di Heris tutti i significati che vi erano inscritti e dell'ostinazione temeraria ebbe paura. Non per s, ma per quel che poteva portare al giovane poeta non ancora in grado di valutare appieno le sue mosse. Heris non aveva creduto al suo sogno, o meglio aveva finto con se stesso di non credervi ed ora che le sue previsioni si avveravano aveva rabbia nel cuore, forse odio. Col tempo questo si sarebbe aggiustato, col tempo anche lui avrebbe saputo cogliere quel che di utile nascondevano simili tristi momenti.
Mani di Vento non ritenne opportuno aggiungere altro. Con lo stesso gesto della mano mand via il giovane e cerc di carezzare Sirya. Il gatto rizz le orecchie e con un miagolio nervoso salt gi dalla cattedra. In un attimo, fluido come solo un gatto sa esserlo, fu sul davanzale di una finestra e poi in strada.
Nrival torn a chiedersi se non fosse veramente venuta l'ora di andare sulle montagne.


III.

Quella notte il gelo era ancora pi cristallino del solito. Nrival si chiese - discorrendo tra s e s com'era solito fare prima di un concerto - se le corde del liuto ne avrebbero risentito. Considerata la particolare fattura di corde e liuto, per, era propenso a credere che l'unica cosa che avrebbe sofferto di quel freddo erano le sue dita. Erano comunque problemi oziosi e lo sapeva perfettamente. La musica di quella notte aveva dentro un fuoco che avrebbe addolcito ogni rigore, era una musica che non avrebbe permesso alle sue mani di non suonarla alla perfezione.
Si era avvolto in una cappa scura ed aveva lasciato la Casa da un'uscita secondaria, senza avvisare nessuno. Dopo pochi passi, dal buio, una figura snella si era unita al suo andare, strofinandoglisi contro gli stivali con morbidi salti affettuosi: Sirya sapeva quando lui avrebbe suonato. Mani di Vento aveva il liuto a tracolla, come ai tempi in cui aveva girato Estriana negli anni di apprendistato, ed un'ocarina in terracotta in una delle tasche della giubba. Camminava spedito nella notte, silenzioso come un ladro. Ai signori della musica ubbidivano anche i rumori.
Quando aveva visto Heris pallido come un morto, dopo che i dottori avevano finito di curarlo e gli avevano assicurato che sarebbe sopravvissuto, era stato come un lampo. Aveva capito che tutti i bei discorsi con cui si era preso in giro non erano altro che vuote chiacchiere: non poteva giocare la partita al modo degli avversari, perch avrebbe perso senz'altro.
Avrebbe dovuto giocare a modo suo. E  se qualcosa fosse andato storto e la Gilda ne avesse risentito, pazienza: lo stavano battendo da anni e non se n'era accorto. Almeno stavolta avrebbe perso con onore, senza beffe e vergogna. Il suo ottimismo, ad ogni buon conto, reggeva ancora: non era troppo tardi e quella notte stava per dimostrarlo a se stesso nell'unico modo possibile: suonando come non suonava pi da anni, suonando cose che aveva conservato in s come perle, ma che erano ingiallite e quasi morte nel museo del suo cuore.
Provava un rancore sordo verso se stesso, per aver dovuto quasi sacrificare Heris sull'altare del suo egoismo prima di capire, ma conosceva abbastanza a fondo la natura umana per riconoscere - ora che aveva ritrovato la luce - l'incanto maligno che l'aveva avvinto. Era una nebbia di compiacenza e dubbio ipocrita, che metteva in discussione tutto quello che non aveva utilit immediata o che avrebbe portato a comportamenti eccentrici. Era la saggezza da quattro soldi che vede dietro ad ogni eroe un profittatore travestito, che non sa immaginare che esista qualcosa di diverso da s e, se lo incontra, lo brucia o lo appicca alle Mura di Dolore.
Ne aveva abbastanza.
Ad uno sguardo retrospettivo si era accorto che la scintilla dell'Arte l'aveva sempre guidato in maniera accettabile, ma - come aveva scoperto retoricamente ancora poche sere prima - era venuta appannandosi e soffocando, nel labirinto di bugie ed agi dove si era perduto. Poi l'Arte aveva trovato la via al suo cuore, di nuovo. Aveva scelto Heris, confermando cos la sua convinzione intima sul valore del ragazzo, e questo l'aveva consolato. Aveva quasi sacrificato il giovane per salvare il suo talento e questo gliene aveva dato di nuovo la misura. Quel dono non era solo il piacere dei sorrisi delle dame ed il prestigio in Tirien. Era anche un dovere preciso e ineludibile.
Quella notte i sentieri dell'Arte portavano sotto il balcone di Ser Armod, in un rito apparentemente futile - come aveva avuto la stoltezza di pensare quando Heris gli aveva chiesto la serenata. Aveva ragionato come se la logica dell'Arte fosse la stessa che governava i meschini equilibri di potere del Concistoro. I lunghi anni a capo della Gilda lo avevano trasformato nell'opposto di quel che era.
Quando, quella sera, aveva preso il liuto dall'armadio in cui aveva riposato per quel lungo, triste oblio, gli era sembrato che dal viso gli cadesse una maschera, che le membra gli si muovessero pi agili e giovani; ed aveva riso di cuore, quasi che - invece di rischiare la vita - si stesse accingendo sul serio ad una serenata d'amore.

Dopo che Nrival aveva disatteso cos brutalmente la piccola speranza che aveva riposto in lui, Heris aveva deciso di tentare il tutto per tutto. Era giovane ed innamorato della sua musica e di Liniel. Aveva ragionato alla perfezione, analizzando gli ostacoli che avrebbero impedito a Mani di Vento di concedergli il desiderio richiesto, ma quella logica non gli si addiceva; la riconosceva negli altri, ma non sapeva applicarla a s. O meglio, per quel che lo riguardava restava lettera morta.
Si era perci convinto che, eseguendo in prima persona il concerto che aveva sognato di veder suonare da Nrival, avrebbe sortito due effetti rimarchevoli: avrebbe mostrato al maestro il suo vero valore (e gli avrebbe dato una lezione, anche se rifiutava di ammettere questo fine persino con se stesso); sarebbe riuscito a conquistare il cuore di Armod, che non avrebbe potuto che benedire la sua unione con la figlia.
Da qualche parte nella sua testa, si rendeva conto che si trattava soltanto di sogni di ragazzo. Si rifiutava semplicemente di dar retta alla voce che glielo ripeteva.
Quella sera stessa, chiamando alcuni compagni a fargli da pubblico e soprattutto a dargli coraggio, si era recato a casa di Liniel. Aveva atteso che i rumori della citt si acquetassero e si consolidasse il silenzio magnifico della notte fonda, quello che per un menestrello era il miglior accompagnamento. Aveva cominciato ad intesservi delle note in minore, di una dolcezza struggente. Aveva suonato cos, in sordina, per qualche tempo, mentre gli echi si intrecciavano e gli evocavano attorno un'atmosfera irreale; poi, gi da maestro, ne aveva ripreso le redini piegandola alla melodia di una delle pi belle canzoni d'amore mai scritte, Voce di notte.
Liniel si era accorta subito che lui era l, aveva appeso una lanterna verde al suo balcone. Avrebbe voluto scacciarlo, perch temeva per lui, ma la bellezza di quelle note era tale che non aveva saputo rinunciarvi. Non aveva mai sentito niente di simile. Chiss, forse avrebbero parlato anche al cuore di suo padre...
Una luce troppo forte si era accesa ed Armod si era affacciato. Il cuore di Heris aveva preso a battere fuori tempo, ma il respiro l'aveva saputo domare ed il giovane trovatore non aveva sbagliato nulla. Con la fronte imperlata di sudore, aveva continuato a costruire il suo sogno ed anche le pietre di strada e le ninfe perpetuamente assise nelle nicchie delle mura cantavano. Non era magia, ma quel che di pi prossimo un semplice musicista potesse creare. 
Armod era rimasto qualche minuto ad ascoltare. Poi era rientrato in un fracasso di vetri. Dopo pochi istanti la porta carraia si era spalancata e ne erano uscite alcune guardie private dell'ex-principe che, senza dire una parola, si erano avventate su Heris ed i suoi amici. Questi erano riusciti tutti a mettersi in salvo, mentre lui, troppo concentrato sulla sua musica, era stato una facile preda. L'avevano picchiato a sangue, gli avevano fracassato lo strumento e l'avevano trascinato via. L'avevano gettato in un macchione di rovi ai piedi delle mura, vicino ai Templi e se n'erano andati.
Gli altri ragazzi li avevano seguiti. Avevano soccorso Heris e l'avevano portato il pi velocemente possibile alla Casa. Avevano chiamato i dottori e poi Nrival. Quando Mani di Vento era accorso al capezzale di Heris, il ragazzo sembrava dormire; al suono della sua voce, per, aveva aperto gli occhi. Si erano guardati per un lungo momento, poi Heris si era riaddormentato, con un sorriso sulle labbra. Aveva visto la luce sorgere di nuovo nello sguardo del maestro.

Nrival aveva ben calcolato l'ora della sortita. Quando raggiunse il palazzo di Armod dal portone di legno ornato dall'insegna di famiglia - uno scudo con tre lance incrociate - di nuovo ogni rumore si era spento in Tirien. Tranne il fatto che lui era solo ed aveva molti pi anni sulle spalle, si sarebbe detto che quella notte la sorte avesse deciso di concedere una replica della sfortunata serenata di Heris. Nrival, tuttavia, non avrebbe suonato Voce di notte. Non c'era un titolo per il brano che si accingeva ad interpretare: forse si sarebbe potuto chiamare Per Armod, visto che lui ne era l'unico destinatario; cos, per, lo si sarebbe potuto scambiare per un omaggio, cosa che a Nrival non garbava affatto. Sarebbe rimasto ci che era, una musica notturna con strani strumenti.
Si appost nell'ombra di un canto sotto il balcone principale, dove supponeva affacciasse la finestra del messere; si appoggi al muro e si concentr solo su se stesso, sul proprio respiro. Finch non seppe percepire il suo diaframma come un sottile foglio d'oro che vibrava in armonia col vento, ondulandosi piano nel gioco dei polmoni ed arricchendo il fiato di minuscole particelle luminescenti, tratte dai recessi pi nascosti del suo corpo.
Si port alle labbra l'ocarina e soffi l'aria dorata nell'antica terracotta che portava incisi segni di potere, lo stesso potere delle correnti celesti e dei gorghi dello spazio lontano, in armonia con la Via Lattea che gli scintillava dentro, palpitante ad ogni battito del cuore.
Una musica come la voce del tempo si disperse lentamente per la strada, note che contenevano l'intimo senso del trascorrere che rende tanto dolci e dolorosi i bei momenti della vita. Forse era proprio quello il senso nascosto, lo stesso senso del tempo che corre e che tuttavia nasconde in s segreti, radure di pace e di potere.
Tutto era immobile.
Nrival trasse un'ultima nota dall'ocarina e subito le don un corteggio di accordi del liuto, cos che contro ogni legge il suo suono non scomparve, ma rimase come chiave di volta degli impossibili arpeggi che le dita sovrumane di Mani di Vento inventarono dalle corde. Un ritmo insospettato animava la musica, quello stesso, saggio degli spazi del tempo, che permetteva a Noren di far roteare un numero inaudito di sfere infuocate o ai Sacri Danzatori di disegnare le proprie coreografie. Era un affresco giocato sul silenzio e non sul suono, un incantesimo accordato su echi segreti che volava diritto all'anima di Armod e ne mutava la sostanza.
Non si accesero luci, nel palazzo.
Il bardo percorreva con grazia e tempi rituali le ineffabili pause della canzone.
Ser Armod, seduto al suo scrittoio, guardava fissamente le fiamme che ballavano nel focolare; non percepiva coi sensi la loro danza, ma qualcosa in lui la intuiva guidata dagli accordi del bardo, che percorrevano la sua coscienza profonda come lievi onde mosse dall'affiorare subitaneo di una groppa lucente. C'era e non c'era, su quella sedia.
Una piccola parte irriducibile del suo spirito, per quanto immobile e presaga della sconfitta, si arroccava all'ultima speranza: Tovar, il capitano delle sue guardie.
Quando la musica di Nrival fu quasi energia variopinta nell'aria, la porta dello studio di Armod si scost. Un soldato si affacci, lo chiam. Armod non rispose, non poteva.
Si sent una bestemmia, dei passi affrettati.
"Va', fedele amico, vai e liberami!" ghign quella piccola parte maligna che neanche il miracolo di quella notte era riuscito a conquistare.

L'energia di Nrival era una cosa sola con la sua musica. Era la sua vita che palpitava negli anfratti del suono ed operava la sublime alchimia che stava mutando l'essenza di Armod. Nrival aveva saputo che non sarebbe stato facile. Confidava per nella sua abilit e nella maestria degli anni, per la riuscita dell'incantesimo. Nonostante potesse apprezzare appieno lo svolgersi del tema e sapesse perci di non aver commesso errori, percepiva tuttavia una resistenza estrema, qualcosa che si opponeva alla Forza e rischiava di vanificare ogni suo sforzo. La sua concentrazione era per assoluta. Quella recondita stonatura - che avrebbe sviato e portato alla rovina un altro meno esperto - venne da lui stimata e ponderata, carezzata con accordi sempre pi eterei fino a divenirne sfumatura, componente essenziale. Il buio atomo di male trincerato nell'animo di Armod stava per essere sciolto nel canto, trasmutato per sempre. Purch nulla distraesse Mani di Vento.
Qualunque incidente poteva costargli pi della vita, un'eternit di condanna al caos.

La porta carraia si apr. Si sarebbe spalancata con fracasso se nella via vi fosse stato spazio per qualunque altro suono che non fosse la canzone di Nrival. Cos, il suo clangore fu solo un basso continuo che non fece che esaltare la melodia delle corde alte del liuto. Tre soldati si precipitarono fuori e rimasero per un attimo immobili, storditi dalla potenza dell'Arte. Poi uno si riebbe, scosse gli altri indicando loro la figura regale del bardo, fece per avventarglisi contro.
Un'ombra si stacc dal muro. Gli si par davanti.
"Se non erro, per applaudire si aspetta la fine del concerto," sibil lo sconosciuto, "cafone!"
Una spada lampeggi, precipitando sull'elmo di Tovar di piatto, strappandone un chiaro scroscio di piatti. Il capitano si accasci a terra, esanime.
"Altri entusiasti incapaci di aspettare?" chiese l'uomo sorridendo, agitando la lama davanti agli occhi dei due sgherri come la lingua di un crotalo.
I due arretrarono pochi passi, poi si gettarono al riparo del portone, chiudendoselo alle spalle.
La figura sembr dissolversi nell'oscurit ai piedi dei palazzi, mentre Nrival pizzicava le ultime armoniche. Il miracolo era compiuto, Armod avrebbe accettato con gioia Heris come genero e la Gilda avrebbe avuto un nuovo, appassionato sostenitore Tutto questo era dolce per Nrival, ma era nulla in confronto all'estasi di annientamento che aveva gustato nuovamente, dopo tanti anni. Sentiva ogni fibra rigenerata, rinnovata dalla piena di potere di cui era stato semplice canale quella notte. Sentiva di nuovo la musica delle sfere. Guard in alto.
Sulla grondaia del palazzo di Armod, qualcosa scintillava.
"Se Fai come Devi, cerca il Quadrifoglio," recitava uno degli aforismi dei Padri dei Sentieri. C' sempre un segno palpabile dei portenti, per ogni accadimento nel mondo spirituale dev'esserci un prodigio nel mondo materiale che ristabilisca l'equilibrio e testimoni la potenza del demiurgo. 
Sulla grondaia del palazzo di Armod, un gatto d'argento si stir, poi indolentemente salt sul davanzale di una finestra due piani pi gi. Liniel si affacci, sublime nel bagliore incantato dell'animale, lo accarezz. Le sue dita incontrarono qualcosa, nascosto nel folto della pelliccia. Era un campanello. Lo baci e lo lanci a Nrival.
Il gatto le lecc gentilmente le dita, poi si inarc e d'un balzo vol nell'aria di cristallo, verso l'ultimo spicchio di luna non ancora tramontato oltre i Denti. Nrival scosse delicatamente il campanello; quando anche l'ultima eco si fu spenta, si udirono i primi rumori della nuova mattina, il rullio lontano di un carro, le prime consegne. Mani di Vento sventol il suo cappello in saluto e fischiettando si avvi verso casa, mentre Sirya gli intrecciava giocose giravolte tra i piedi.

* * *

"Ti sono debitore, Adrian di Montefalco," afferm Nrival senza giri di parole il giorno dopo, quando il suo nuovo studente entr nella stanza che affacciava sulle montagne, "doppiamente debitore. Mi hai salvato la vita e non hai chiesto nulla in cambio."
"Credevo non mi avessi notato, maestro. Ieri notte eri la tua musica."
"Ero musica ed aria, strumento ed Arte. Ero la via ed il palazzo, Adrian, come avrei potuto non notarti? Se quei soldati mi avessero impedito anche per un attimo di suonare, non avrei potuto includerli nell'affresco. Avrei fallito ed il mio spirito si sarebbe sparso ai quattro venti, senza pace per sempre. Credo tu capisca cosa ti devo."
"Mi hai dato la pi bella musica che io abbia mai sentito e la gioia di avere una piccola parte nel suo compimento, Nrival, non ci sono debiti tra noi. Non ce ne possono essere tra un maestro ed un allievo: solo stima ed amicizia. La tua Arte  grande e voglio imparare per quanto mi  possibile. Quando ho sentito l'Energia concentrarsi, stanotte, vi ho letto la tua impronta e sono accorso. Essere semplici testimoni di un miracolo  gi tanto, avere un ruolo nel suo accadere  un premio immenso, credimi."
Gli porse la mano. Nrival la strinse con forza, a suggellare quel nuovo patto. Aveva sbagliato molto, negli ultimi anni, ma almeno in una cosa aveva visto con saggezza: nell'amare quella ricchezza di incontri ed avventure che aveva sempre sentito intessuta nella vita di tutti i giorni, il nuovo e l'inatteso perpetuamente in agguato dietro ogni angolo.
Una musica per strani strumenti

15

