Chi avesse visto Indris il Bardo barcollare per le vie di Rig Tirien dalle cento torri non avrebbe mai creduto di star osservando uno dei pi grandi artisti del continente. Le insegne della Gilda gli pendevano sfilacciate dal mantello logoro e stinto che dava l'impressione - per nulla errata, d'altronde - di non venir lavato da anni; i capelli, legati in una grossa treccia, gli scendevano a sinistra del viso e non erano in condizioni migliori: se ne riusciva a stento a intuire il colore sotto la sporcizia. Eppure doveva essere un bel biondo carico, color del miele. Non portava cappello e doveva aver perso l'astuccio della sua mandola in qualche vicolo. La sua unica cura sembrava rivolta alla barba, che portava corta a disegnare il filo della mascella, alla maniera di Yorda. Aveva occhi azzurri che osservavano tristemente il mondo e lineamenti forti e regolari. Molte, anni addietro, avrebbero dato la vita per una sua serenata. 
Ora perfino le sue mani dovevano aver dimenticato l'antica maestria. Lo si trovava spesso alle Logge, gettato in un canto come un mucchio di stracci, troppo ubriaco per l'accordo pi semplice; chi ricordava i suoi concerti, le romanze cantate al Teatro o nella Piccola Estate in Piazza Vecchia, non poteva vederlo e non sentirsi stringere il cuore. Talvolta un'antica fiamma che non lo aveva scordato gli lasciava dei fiori sulla mandola abbandonata l in terra. Quando si svegliava, Indris li guardava con occhi lucidi, riprendeva lo strumento e lo interrogava con dita tremanti. Ma sapeva trarne solo pallidi fantasmi delle armonie di un tempo e sovente qualcuno che non lo conosceva lo sbeffeggiava per gli errori e le stonature. Qualcuno lo cacciava a calci dal riparo delle Logge. Ciononostante, per, erano molti di pi quelli che sapevano il suo nome: la sua fama si era andata diffondendo in Estriana, da Valchiusa a Lonai, gi fino a Shreida nel profondo sud, edapprendisti e curiosi di passaggio a Tirien dalle cento torri ancora lo cercavano. Alcuni non credevano di essere al suo cospetto, una volta trovatolo; alcuni provavano ad aiutarlo, ma, come accadeva con tutti i suoi vecchi amici, sembrava che Indris non sentisse le loro parole. Li guardava con quegli occhi azzurri cos tristi, poi scrollava il capo e se ne andava per i sentieri della sua follia. 
Una volta un ricco mercante, appassionato cultore delle arti della musica, aveva chiesto a Nerival Mani di Vento, forse il pi grande trovatore vivente, allievo di Indris, come mai il maestro si fosse ridotto in quello stato. E Nerival aveva preso la cetra ed aveva accompagnato il suo racconto con una nuova melodia. Non era una canzone, era un nuovo matrimonio di parole e note di cui era il creatore e tutti gli astanti lo ascoltarono estasiati: 
"Era l'Anno del Cane, pi di un lustro orsono. L'inverno era stato duro e la primavera pi breve di un volo di rondine. L'estate si annunci come un evento memorabile. Ed invero lo fu. 
Indris lavorava allora ad un trittico d'arie sulla magia naturale, composizioni di difficolt estrema nate da un'idea assai originale che solo lui poteva concepire. Il matrimonio con Lirien di Yorda ne aveva fatto un uomo completo e la sua opera tendeva alla perfezione. Ogni nuova creazione richiede sacrificio e studio, anche se il frutto non ne reca traccia. Indris ricercava stimoli e notizie per lunghe ore alle Biblioteche e spesso ricostruiva apparati da schemi antichi e conduceva esperimenti che lo portassero nel cuore della comprensione. Nel suo lavoro c'era arte e filosofia, scienza ed ascesi. 
L'estate dell'Anno del Cane era un gioiello nella corona di Awarye, un tempo di sole ed aromi e venti leggeri e dolci. Indris aveva alzato un alto traliccio sulla sua casa ed un'asta di ferro al suo culmine e studiava le energie invisibili. Aveva quasi ultimato la prima parte dell'opera ed era sempre pi lontano da noi nella sua arte. 
Poi nel settembre, contro ogni auspicio, venne un temporale atroce. Cal su Tirien dai Denti, brevemente annunciato da rombi stupendi, e ne frust le vie e gli edifici con sferze di pioggia e grandine. E ne schiant le torri con lampi divini. 
Vedemmo Indris correre nello scroscio verso casa, come impazzito." Le note si inseguivano in una sarabanda infernale. 
"Poi venne un boato. Lirien sal in cielo in una sfera di fiamme, chiamata davanti alle Maschere. 
Indris  rimasto, ma credo che il suo spirito ancora la cerchi, in altre contrade." 
Rig Tirien era una citt di montagna, arroccata ai piedi dei primi massicci dei Denti, nell'alto Nord di Estriana. La sua estate era breve, ma fantastica di fiori e torrenti. I suoi inverni erano lunghi e rigidi, affilati come ghiaccio e grigi di nubi imperiose. Per avere un luogo d'incontro anche nel cuore della brutta stagione gli abitanti di Tirien avevano da secoli costruito le Logge, immensi ambienti colonnati dall'alto soffitto a crociera, illuminati da grandi trifore e, di notte oppure quando la luce diurna non bastava, da molte lanterne ad olio sospese a catene. Nel tepore delle Logge la vita sociale della citt proseguiva ininterrotta nei rigori dell'inverno. Sotto le loro volte si ospitavano i pellegrini ed i mercanti che venivano per le feste della fine della Piccola Estate, trovavano rifugio i reietti ed i vagabondi e gli artisti girovaghi. 
Spesso Indris dormiva alla Loggia Antica, dalle colonne affusolate abbellite da sobrie statue in pietra. In altri tempi era solito meditare per ore nella penombra dei suoi androni. Traeva ispirazione dai giochi di luce e dai volti di quegli uomini dimenticati e componeva. Molte sue canzoni venivano ancora imparate dai novizi della Gilda per i loro esami. 
L'inverno dell'Anno delle Chiavi era stato particolarmente ostile, rabbioso di venti taglienti e di gelate che lasciavano le vie ammantate di cristallo. Nessuno aveva sperato che la primavera sarebbe giunta con un tale anticipo, con la neve che si restringeva in chiazze sporche ai bordi delle strade e miriadi di ruscelli neonati a sussurrare nei boschi cosparsi di gemme. Rig Tirien era meta di molti artisti e studiosi per le sue biblioteche e l'esperienza conservata negli insegnamenti delle tante Gilde e Confraternite, cos quell'anno tutti coloro che avevano atteso il disgelo per mettersi in viaggio verso le sue torri si posero per via assai prima del previsto. Prima pochi carri distribuiti nell'arco di giorni, poi carovane e comitive sempre pi numerose fino allo splendore dei traffici della Prima Estate. 
Tra i primi ad arrivare, in quell'anno delle Chiavi, fu un giovane apprendista menestrello, Grjon di Metra, un diciottenne lievemente strabico dai capelli gialli come paglia ed un modo di guardare stranamente obliquo. Si present alla Casa di Gilda cercando Nerival, poich aveva una lettera di presentazione per lui che il suo maestro di Metra, Hadonar il Vecchio, gli aveva affidato. A Nerival, nonostante le righe lusinghiere del Vecchio, il ragazzo non piacque: aveva una bella voce ed era abbastanza avanzato nelle tecniche dell'arpeggio, questo s, ma i suoi occhi bruciavano di un fuoco che a Mani di Vento dava brutti presentimenti. Era forse il suo apprendistato con Indris, oppure la comune visione dell'arte che avevano condiviso, ma nel suo pensiero la musica non era un modo per ottenere lustro e fama terrena. Era piuttosto una continua ricerca, un'ascesi laica molto prossima alla Via degli Eremi del culto delle Maschere. Grjon, invece, nutriva in s un'ambizione furiosa che riverberava negli occhi e nelle idee che tentava di portare alla luce. Oltretutto, a parere di Nerival, le sue doti non l'avrebbero mai portato alle vette della celebrit. Il cantastorie conosceva suoi colleghi che avevano fatto tutt'altre scelte ed erano ora astri del bel mondo, ricercati in tutte le corti ed inseguiti da stuoli di adulatori: non condivideva le loro visioni, ma ammirava comunque il loro talento. Sapeva che Grjon non sarebbe mai stato un Maestro di Gilda; dopo qualche settimana, quando si accorse che il ragazzo, troppo pieno di s, trattava male i suoi condiscepoli, decise che era il caso di interrompere quel loro sgradevole rapporto, nonostante l'affetto che portava ad Hadonar. 
Cos parl francamente con Grjon e, consegnatagli una lettera per il suo maestro, lo conged dalla scuola. 


Grjon non aveva molti desideri, n era troppo intelligente. Voleva solo una cosa, dacch si ricordava: voleva essere famoso. Voleva che il suo nome fosse conosciuto fin negli angoli pi remoti del continente; voleva che le donne pensassero a lui e sospirassero d'amore; voleva essere un eroe. Aveva pensato che le sue capacit di bardo l'avrebbero potuto portare a un simile traguardo, soprattutto quando Hadonar l'aveva scelto per andare a Rig Tirien, alla scuola che era stata di Indris ed era adesso di Nerival. Ma ecco che Mani di Vento gli parlava di umilt e di sacrifici, sprezzava tutto quel che l'aveva motivato a scegliere la musica, lo licenziava. Non poteva capire. 
Camminava senza scopo nel Quadrato di Meridiana, con le sue poche cose nello zaino ed in tasca quella maledetta lettera che avrebbe sancito la fine dei suoi sogni, quando il Vecchio l'avesse letta. Sentiva un gran vuoto, ma non aveva voglia di piangere. L'odio aveva asciugato tutte le lacrime possibili. Avrebbe voluto uccidere quel cane di Nerival. Per gli dei, sarebbe diventato famoso se avesse ucciso Mani di Vento! 
La prospettiva lo affascinava: la celebrit alle spese di colui che gliel'aveva negata. Ma  Grjon era un vigliacco. Nerival era un uomo nel pieno del vigore, agile e veloce con la spada quasi quanto con la cetra. L'avrebbe dovuto colpire alle spalle, ma non aveva abbastanza coraggio neanche per quello. Grjon era solo una piccola serpe biliosa e sdentata. 
Per un attimo, per, il suo vagabondare per il Quadrato si interruppe, mentre si trovava a ragionare sulla fama. In fin dei conti cosa contava il motivo per cui la si raggiungeva? Quel che contava non era forse l'ebbrezza di sapersi celebri, il sussurro del proprio nome su tutte le labbra? Tutti avrebbero parlato di lui, nel bene o nel male non faceva alcuna differenza. Eppure, anche in quello stato d'animo drogato, Grjon sapeva che non sarebbe mai riuscito a uccidere Nerival. L'odio si nutriva d'odio: per il bardo, per se stesso e la sua debolezza, per quel sapore amaro di sogni infranti che gli avvelenava la bocca. 
Poi, d'un tratto, vide la soluzione. Era cos facile. Sorrise, un brutto sorriso, e si incammin con l'aria di chi sa perfettamente dove sta andando. 

Indris trascorreva le lunghe giornate estive nella penombra della Loggia Antica. Talvolta la lasciava per vagabondare per la citt, recarsi verso il Luogo delle Maschere o alla Fonte Sacra; ma si affrettava sempre a farvi ritorno. Sembrava che la fresca solitudine di quegli ampi locali lenisse in qualche modo il suo dolore, il rimorso di esser stato causa della morte di Lirien. In estate Indris tentava di ricominciare a suonare, ma lo stridio dei suoi errori lo ricacciava nell'abbraccio dei fantasmi. E poi la musica era stata alla radice della disgrazia e Indris non sapeva dimenticarlo, anche se la musica era la sua vita. 
Quel giorno, per, aveva qualcosa di speciale. Probabilmente gli astri, nella loro corsa invisibile, tracciavano diagrammi favorevoli; oppure qualcuno, dagli empirei, aveva stimato sufficiente la sua pena. Indris si trov a carezzare la sua mandola come non faceva da anni ed i sospiri delle note erano sussurri d'amante sotto le sue dita. Si guardava intorno come se rivedesse quei luoghi dopo tanti anni di lontananza e la piena delle emozioni si fece musica, con la grazia spontanea di un ruscello. 
Quel giorno alla Loggia Antica c'era pi movimento del solito, poich il Teatro della Torre si preparava ad allestire le rappresentazioni sacre della Prima Estate in Piazza Vecchia e si cominciavano a trasportare i materiali di scena. Uno dei motivi per cui Indris era solito prediligere la Loggia era la sua superba acustica che regalava ad ogni nota dei riverberi magici, prolungandone l'eco in mille rifrazioni. La sua nuova canzone era intessuta dell'essenza stessa del crepuscolo mistico, nasceva dalla consapevolezza improvvisa della qualit di quell'atmosfera e dalla ritrovata maestria. Suonando, Indris scrutava gli spazi oscuri attraverso cui sgusciavano indifferenti gli occasionali visitatori della Loggia. Cercava di esprimere la poesia dell'assenza. 
Dalla penombra una figura emerse lentamente, a passo di danza. Ombra nell'ombra fece ondeggiare piano i suoi veli attorno al corpo flessuoso, piroett e si accovacci a terra. Rimase immobile, in attesa. Indris cap che aspettava la sua musica e prese a modificare lo schema della sua improvvisazione. Lo modell in un ritmo brioso, da ballo estivo, abbellendone le frasi con fuggevoli preziosismi. La figura si erse e si avventur per i nuovi sentieri che il bardo le indicava, leggiadra come un'allodola all'alba. Immemore si libr in una lama di sole che scendeva dalle alte finestre e ne cattur il bagliore nei veli azzurri. 
Indris la riconobbe e seppe che invero l'esilio dell'espiazione era terminato. Lirien era venuta a portargli il perdono degli dei e a restituirgli l'estro della creazione. Gli rendeva il suo amore, puro ed ardente come allora, facendosi immagine del suo sogno d'arte e danzava le nuove note decantate nella sofferenza del rimpianto come se il suo spirito e la loro essenza fossero la stessa cosa. 
Ogni lavoro si era interrotto, alla Loggia Antica. Era impossibile sfuggire alla malia di quella musica: tutti coloro che l'ascoltavano ne erano incantati e pur non vedendo il volo di Lirien scorgevano nei suoi panorami i loro sogni pi preziosi. Indris continuava  ad esplorare gli orizzonti appena scoperti ed inventava nuovi accordi che regalava alla sua sposa come fiori. La danza esplose come cascata di cristallo in un'aria di sarabanda sfrenata e Lirien ne fu pervasa. Danzava come il vento e come il vento era libera. I suoi veli caddero ad uno ad uno in un turbine azzurrato e fu nuda e pura, fu la luce degli accordi di Indris. 
In quella musica c'era la voce degli dei e non vi fu chi non se ne accorse. Molti si inginocchiarono, molti piansero. Fuori, in Piazza Vecchia, si era raccolta una piccola folla silenziosa che ascoltava rapita. Quando Grjon vi giunse, rimase per un attimo interdetto. Si era aspettato un p di movimento, l'andirivieni dei facchini e dei dirigenti del Teatro, qualche ambulante: non certo tanta gente cos presa. Pens a qualche rito dell'Estate di cui non era al corrente. Un ragazzino gli pass correndo davanti e lui lo ferm bruscamente, afferrandogli un braccio: "Che accade, moccioso?" gli chiese con malagrazia. 
"Indris  tornato. Lljanar mi ha mandato a chiamare Mani di Vento," gli rispose quello con voce squillante e scapp via. Era eccitatissimo, aveva un bel sorriso aperto ed entusiasta. Grjon sent qualcosa che si rompeva dentro. In quella mattina di epifania si rese conto improvvisamente della sua meschinit ed ebbe orrore del progetto che l'aveva portato alla Loggia. Certo, Indris era conosciuto come Nerival, ma molto pi debole, molto pi alla portata della sua vigliaccheria rapace. E Grjon era venuto per ucciderlo. 
Sulla brezza carica di aromi estivi gli giunsero gli accordi della canzone sacra del Sire Menestrello e Grjon cadde in ginocchio come tanti altri e chiese perdono con la fronte in terra. 

Nella Loggia Lirien si incammin volteggiando sul sentiero di sole che scendeva dalle alte vetrate. Nell'ultimo alleluja cantato da Indris si volt per un momento e lanci un bacio di promessa al suo sposo. Poi scomparve. Indris chin il capo e pianse, le prime lacrime di gratitudine da tanto tempo. 



									Fabio D'Andrea
