|
|
Il libro della Forza che Scorre - Terza parte
Quando, una mezz'ora più tardi, si accinse ad attaccare la lastra di pietra che in teoria lo separava dal Capitolo, era convinto di aver sbagliato qualcosa: la mancanza di qualsiasi protezione era molto più di quanto avesse osato aspettarsi. Non appena l'ebbe spostata, l'aria fredda e la pioggia lo assalirono: mancò poco che lasciasse perdere e la rimettesse a posto. Per sicurezza, però, si guardò intorno: le sagome fruscianti dei salici si contorcevano nelle raffiche, spettrali nell'ombra ribollente di due fanali maltrattati dal vento; dall'arpa venivano suoni folli come spiriti.Bel colpo non essere superstiziosi, pensò rabbrividendo.
Si guardò intorno e scorse un chiarore dietro i vetri appannati di una delle torrette. Poi una lama di luce ruppe la notte, mentre un Mercenario usciva per il giro di ronda: Lewras, ma erano incorreggibili! Con ogni probabilità, tuttavia, mantenevano quella puntuale sorveglianza notturna più per tradizione che per un reale timore di intrusioni. Per lo stesso motivo non avevano neanche preso in considerazione la disdicevole ipotesi di un attacco dal basso: erano troppo sicuri della loro forza e della paura che incutevano per immaginare veramente che qualcuno osasse attaccare il loro Capitolo Generale. Attese pazientemente che l'uomo finisse il suo giro: circa quattro minuti; poi che partisse quello successivo: quasi lo perse perché partì dalla torre alle sue spalle, ma il rumore della porta sbattuta lo avvertì in tempo: quasi dieci minuti. Controllò anche la sua durata: di nuovo circa quattro minuti. Quando la sentinella riguadagnò il tepore della torre, Adrian scattò verso il portico lasciando la via di fuga alle fogne aperta.
Rimase immobile qualche istante, ma dietro di lui c'era solo la tempesta.
Si orientò. Ripercorse con la mente l'itinerario per il quale il novizio l'aveva condotto tornando dal colloquio con Loar. Sotto gli archi il silenzio sembrava resistere ai sibili e agli schiocchi del temporale, conservando la dignità ed il raccoglimento di un'oasi di meditazione; le colonne austere che delimitavano il chiostro inquadravano la furia dell'inverno rimanendone intatte.
Adrian camminava trattenendo il respiro. Arrivò alla porta dalla quale aveva scorto il cerusico di Yorda e ricontrollò il suo equipaggiamento: risistemò le fondine dei pugnali da lancio, allentò la sicura di quello alla vita, infilò un dardo intriso di sonnifero nella cerbottana. Poi entrò.
La porta non fece alcun rumore. All'interno era buio pesto. Aveva trascorso metà del pomeriggio a ricostruire il percorso che l'avrebbe portato alla scala piantonata; si mosse lentamente, ma senza esitazioni e quando, secondo i suoi calcoli, doveva quasi esserci vide oltre l'angolo una luce appena percettibile, di lanterna tenuta al minimo. Il silenzio era totale. Si avvicinò tenendosi incollato al muro, la canna alle labbra. Quando fu alla svolta si tolse di tasca un piccolo specchio e lo sporse facendolo scorrere lungo il battiscopa: la lanterna era poggiata sul corrimano, ma della guardia non c'era traccia. Doveva essere sui primi scalini. Andava stanata, doveva rischiare.
Si acquattò e lanciò una monetina nell'ombra lì davanti. Inspirò.
Non era nella mentalità della gente di Esin chiamare aiuto o avvisare della propria presenza con urla o intimazioni. Il mercenario si mosse fulmineo, comparendo davanti ad Adrian come una figura vaga, la scimitarra un alone ellittico che gli baluginava intorno.
Adrian sputò l'aria nella cerbottana con violenza: era l'unico colpo che avesse a disposizione. Se falliva quello sarebbe stato già molto fortunato a riuscire a fuggire.
L'altro non l'aveva notato, scrutava l'oscurità nell'altra direzione interdetto e deluso di non scoprirvi avversari. Non diede peso alla puntura del dardo, tanto che Adrian sudò freddo pensando di averlo sbagliato: non era un insetto che l'avrebbe distratto.
Poi si appoggiò al muro, improvvisamente stupito, mentre le forze gli venivano meno. Si guardò intorno con l'occhio già appannato e scivolò a terra senza un rumore.
Adrian fu subito su di lui. Lo immobilizzò con dei lacci di cuoio e lo imbavagliò, avendo cura prima di sfilargli la guaina da spalla della scimitarra. Quella poteva tornargli comoda. Vi fece scivolare dentro l'arma, prese la lanterna e scese.
La scala finiva in una stanza quadrata con un tavolo e due sedie. C'erano archi che si aprivano sulle quattro pareti. Adrian schermò il misero bagliore, precipitando nuovamente nel buio. C'era luce in fondo a uno dei quattro corridoi. Lasciò la lanterna sul tavolo e si diresse da quella parte. Dopo pochi passi sentì una voce.
Era Loar.
"...perché hai voluto tradirci. Eppure ti era stato fatto un onore che a poche altre è toccato, essere accolta tra i novizi della Confraternita. Non è da tutti, Eylen, e tu lo sprechi così, come se non contasse nulla. Mi aspettavo di più da te."
Il corridoio portava alle segrete del palazzo, le celle dove gli adepti scontavano le punizioni o venivano imprigionati nemici o ostaggi della Confraternita. Pochi sospettavano l'estensione delle trame di quell'organizzazione che, seppure agli albori era stata pura e motivata come gli antichi Ordini, era diventata adesso un ministato con interessi egoistici ed attività in gran parte clandestine ed illegali. Adrian sogghignò, mentre caricava nuovamente la cerbottana; gli pareva strano che Loar venisse a fare la predica a una come Eylen a quell'ora della notte. Finché parlava, comunque, tanto di guadagnato.
Le altre celle di quel ramo erano deserte. In pochi passi Adrian fu all'uscio e sbirciò dentro senza tante precauzioni. Eylen era legata prona su una branda, nuda, e il Superiore le stava seduto accanto carezzandola, o meglio spalmandole le ferite del supplizio con un unguento. Le sue dita percorrevano il corpo di lei fameliche come artigli, arrestandosi sovente in punti che di quel genere di cure non avevano alcun bisogno.
Le afferrò i capelli e le tirò indietro la testa con violenza: "Rispondimi, cagna: perché hai cercato di tradirci? Credi mi faccia piacere prepararti a morire, vederti squartare dalla lama del Fratello Senz'occhi?"
Lei scattò come una vipera. Le corde che la bloccavano si tesero e non cedettero e ricadde sul pagliericcio. "Lasciami in pace, Loar. Ammazzami e facciamola finita. Non ne posso più di sentire le tue sporche mani su di me, mi fai schifo!"
Aveva carattere da vendere. Adrian scosse la testa, sconcertato, sorridendo tra sé. La sua diagnosi della signorina era fondamentalmente giusta: abile, ma troppo sicura di sé, al punto di essere incosciente.
Loar la schiaffeggiò sul capo, ringhiando di rabbia: "Ti ho affidato uno dei Tomi Protetti per compiere quella missione, una delle più importanti degli ultimi anni, piccola idiota, e tu," continuava a picchiarla per sottolineare i punti del ragionamento, "tu ti fai fregare da un damerino con la faccia da fesso e cerchi anche di fuggire rubandomi il libro. Sei piena di te e invece non sei che una piccola troia incapace. Sai solo eccitare gli uomini fino a fargli perdere la testa, come hai fatto con me." Si stava per mettere a piangere, la palpava come se volesse strapparle dei brani di carne.
"Mi ha fregato perché era troppo stupido. Almeno l'ho ammazzato."
"Macché! Si è presentato qui stamane per assoldare qualcuno dei nostri per una scorta fino a Rig-Metra." Rise. "Doppio ce lo portiamo a Metra, lui e i suoi minerali, parola di Loar!" Si passò le mani fra i capelli: "Dov'è il libro, Eylen? Ti salvi se ce lo rendi, pensaci."
"Lo spiegherai tu al Sinedrio che mi sono sbagliata? Che l'accordo fra Yorda e Tirien è cosa fatta e Metra li caccerà dai suoi territori? Mi perdoneranno perché il Superiore di Tirien possa continuare a sbattermi in santa pace, magari incatenata qua sotto a vita? Niente da fare, amico: io muoio, ma il libro resta dov'è."
Ruggì: "Sia allora: ti prenderò finchè posso."
Cominciò a spogliarsi con furia. Ma Adrian aveva sentito abbastanza: lo centrò in pieno petto e Loar non riuscì neanche a sfilarsi la tunica da sopra al capo. Cadde su una sedia, stramazzando poi a terra con gran fracasso. Adrian si girò velocemente sguainando la scimitarra e rimase in posizione da combattimento per qualche momento; ma nessuno aveva sentito niente.
"Pensa come rideranno, Loar: un colpo secco mentre ti accingevi a fotterti una prigioniera. Fantastico!" Eylen rideva, una risata roca, di gola. Poi sentì i passi di Adrian. "Chi è?" Non poteva girare la testa abbastanza da vedere chi stesse arrivando: la paura le stava scivolando nella voce. "Chi c'è? Sei tu, Kodda? L'hai ucciso... per me? Rispondimi, per Axen, mi fai paura."
"Sta' zitta e buona: adesso ce ne andiamo."
"Cos'è, l'eccitazione ti cambia la voce, Kodda?" Stava cominciando a strofinarsi sul lenzuolo, si contorceva come una gatta in calore. "Non hai tempo per me? Ho voglia, Kodda, queste cose mi eccitano."
Falsa come un'Aquila bucata. Ci voleva ben altro per eccitarla, Eylen. Stava solo cercando di comprarsi la libertà con il sesso. Le slegò le caviglie; mentre continuava a gemere agitando quelle magnifiche gambe, le immobilizzò la testa e l'imbavagliò. Poteva quasi vedere la sua espressione di sorpresa. Ne approfittò per legarle le mani a un laccio un pò più lungo, come un guinzaglio.
Alla fine lo guardò, ma non lo riconobbe. Adrian trasse il pugnale: "Non fare storie e seguimi: sennò t'ammazzo," sibilò. Le gettò una coperta sulle spalle e si avviò. Se non altro, l'unguento di Loar l'aveva quasi rimessa a nuovo.
Guadagnarono il chiostro senza intoppi. Il tempo non era migliorato. Aspettando la ronda Adrian le bisbigliò il piano di fuga, indicandole approssimativamente il punto in cui si apriva il tombino. Quando le chiese se aveva capito, annuì. Aveva una luce strana negli occhi, tutta diversa dal loro primo incontro in locanda: una così la si conquistava solo dimostrandole d'essere in gamba, molto in gamba. Adrian sospettò di esserci riuscito, ma non stette a valutarne le conseguenze. Poi una sentinella partì. Le strinse le mani. "Pronta?" Annuì di nuovo. Appena la guardia fu rientrata si gettarono nella pioggia.
La fece scendere per prima, poi si richiuse la lastra sulla testa. Scese a sua volta e accese la lanterna che aveva lasciato lì, insieme a una corda. La puzza era immutata, ma c'era qualcos'altro: lo scroscio di prima si era fatto più forte, quasi assordante. Adrian guardò il canale che scorreva in mezzo al corridoio nel quale si trovavano: l'acqua era salita parecchio rispetto al momento dell'arrivo. Maledetto acquazzone, dovevano sbrigarsi.
Liberò Eylen, non l'aveva rapita per vederla affogare nelle fogne di Tirien. Quando lei fece per parlare, scattò: "Zitta e fa' quello che ti dico. Le domande a dopo." Lei tacque, ubbidiente come un cucciolo.
La assicurò con la corda intorno alla vita, gliene diede qualche giro e si legò a sua volta. Le pietre squadrate del pavimento erano ormai ricoperte da un velo d'acqua viscida mista a festoni di muffa. Di quando in quando una testa di topo tagliava la corrente, Eylen non riuscì a sopprimere un gemito di schifo.
"Cammina, avventuriera, c'è la tua pelle in gioco," la incitò Adrian sarcastico. Le sue parole alla locanda gli risuonavano ancora nella mente: "...bamboccio, o mi toccherà spegnere i tuoi sogni di gloria," e non sopportava la vista di un topo! Vanitosa e stupida. Diede uno strattone alla corda e continuò ad avanzare. Erano già nella galleria in discesa che portava alla rotonda grande, quella dove c'era una delle strane croci rosse. Da lì sarebbe stata solo una lunga salita fino alla villa, il dislivello sarebbe stato loro favorevole. Era preoccupato, avevano l'acqua alle ginocchia e continuava a peggiorare. La volta a botte sembrava piegarsi verso le loro teste, sempre più vicina, appena fosforescente del riflesso della luce di Adrian sulla superficie oleosa, ininterrotta pur nella furia montante.
Ad un tratto uno scroscio improvviso da un pertugio laterale investì Eylen, sbilanciandola e gettandola al centro del canale, nel cuore della corrente. Il suo grido si perse nel rombo che echeggiava sordo per i sotterranei, come un muggito infernale. Adrian cercò di trattenerla, ma non aveva appigli: scivolò, riuscì a malapena a tenere la lanterna alta sull'acqua.
Da davanti venne un gorgoglio immenso, che scosse le mura.
Una massa d'acqua rabbiosa si avventò schiumando giù per il canale, trascinandoli con sè come fuscelli. Gridavano, ma nel frastuono non c'era spazio per le loro voci.
Precipitarono come proiettili nella sala della rotonda, sballottati ferocemente contro archi e scalini da un vortice impazzito. Adrian vide dov'era con l'ultimo raggio della lanterna, poi la perse e fu il buio.
Si ricordava che in quella stanza, sulle pareti, aveva visto dei ganci ed altre strutture di ferro, delle quali si era anche chiesto la funzione. Ora, alla cieca, cercò di trarsi dalla stretta del gorgo per raggiungerle. Urtò più volte, venne risucchiato verso il centro urlante della spirale; ma alla fine ci arrivò. Sentì la consistenza del ferro, vi si aggrappò come un naufrago e si sottrasse all'abbraccio mortale.
Si fissò con la corda all'appiglio e si diede freneticamente a recuperare il capo al quale era assicurata Eylen. Opponeva troppo poca resistenza, maledizione!
Ad un tratto la corda non corse più. Dov'era Eylen?
L'oscurità soffiava ed urlava come un mare in tempesta, schizzi venivano ogni tanto a schiaffeggiarlo, mentre cercava di raccogliere in sé abbastanza quiete da formare un incantesimo. Era appena un apprendista in quell'arte ed era per quello che aveva bisogno di quel libro di Loar che Eylen aveva sottratto: le carte che il suo vecchio maestro Gwayris gli aveva lasciato non avevano più segreti, doveva trovare altri testi per continuare la ricerca. Tra i semplici incantamenti che aveva imparato ce n'era uno che ora poteva tornargli utile: creava una fonte di luce di potenza e dimensioni variabili, che sarebbe rimasta viva per qualche ora. Voleva vedere cos'era a causare quel finimondo, vedere se c'era traccia della donna.
Quando poté pronunciare le parole nel silenzio interiore, posò la mano sulla parete bagnata e la pietra prese a brillare, prima piano, poi sempre più intensamente, finché Adrian non l'ebbe portata al massimo della sua possibilità. Bastava a rischiarare tutto l'ambiente.
Al centro della rotonda un'enorme lastra di pietra si era sollevata dal fondo dello specchio d'acqua centrale, spinta da un meccanismo di braccia di ferro ed ingranaggi. I torrenti che confluivano nella sala si avventavano nell'apertura - una valvola d'emergenza, evidentemente - prima trascinati dal salto nell'abisso sottostante, poi risucchiati dal vortice che così si creava. La capacità del sistema fognario ne era immensamente aumentata. Una fine opera d'ingegneria, considerò Adrian, cui la luce aveva restituito un pò di calma. Si chiese se l'estensore della mappa di Trio fosse a conoscenza del significato dell croci rosse o se le avesse semplicemente copiate dall'originale, senza preoccuparsi d'altro. C'era mancato poco che gli costassero la vita, scherzando e ridendo.
Dall'altra parte della rotonda c'era Eylen, un fagotto fradicio incastrato tra i ganci e i supporti simmetrici a quelli a cui si era ancorato lui. Lo guardava con occhi sbarrati che andavano dal suo viso alla sezione di muro tranquillamente brillante accanto a lui. Era stata meno fortunata di lui: uno degli uncini le aveva morso un braccio: le aveva salvato la vita, ma doveva essere stato un salvataggio parecchio doloroso. Era cerea. Troppe emozioni per una sola serata.
Quando il livello dell'acqua diminuì e la lastra tornò silenziosamente al suo posto, Adrian fu finalmente in grado di soccorrere Eylen. Quando la liberò, svenne. La dovette portare in braccio fino alla Villa, le sistemò la ferita - niente di grave, almeno - e la lasciò nella stanza che le aveva preparato, mani e piedi legati lenti e la candela che bruciava piano, spandendo luce e un profumo appena percettibile.
Mancava un soffio all'alba. Avvolto stretto nel mantello, che era l'unica cosa asciutta che gli fosse rimasta, Adrian corse per le vie ancora deserte - grazie a Lewras! - fino al retro della Scala di Mezzogiorno. La gente della locanda, però, era più mattiniera del resto della popolazione; nella corte posteriore degli inservienti si stavano già dando da fare, si udivano i tonfi dell'accetta sulla legna da ardere, movimento dalla stalla. Adrian si avvicinò al varco nella palizzata e gettò un'occhiata all'interno. La gran parte delle finestre, anche al pianterreno, era ancora buia; il cortile era rischiarato solo da un braciere che il taglialegna si era portato dietro per avere un pò di luce e tepore nell'alba gelida e il cielo era appena men che nero, invaso da nubi pesanti immobili che rendevano facile una previsione sul tempo della giornata.
"Estyg! Pianta lì quella legna e corri a cercare Lynto: la cavalla sta per partorire!"
Estyg gettò l'accetta in terra e si affrettò nel retro della locanda. Adrian ne approfittò per portarsi dietro la catasta della legnaia, a pochi passi da uno degli appigli di cuoio che aveva lasciato la notte prima. L'alone dal braciere sfiorava appena la base della parete: gli bastavano tre minuti per essere fuori vista, in alto, nell'ultima ombra.
Dopo pochissimo la porta del retro si riaprì e Estyg ricomparve, seguito da un vecchio con un secchio d'acqua fumante in mano. Dalla stalla venivano dei nitriti deboli, dolorosi. Entrarono e Adrian iniziò la salita.
Quando guadagnò la sua finestra dal basso lo raggiunse un richiamo squillante, come una tromba a salutare il mattino: sfinito, benedisse il nuovo puledro.
"Ah, non posso parlare col superiore Loar?" chiese educatamente Ryan di Navras al portinaio del Capitolo, "è indisposto?"
Il mercenario bofonchiò affermativamente.
"Poverino, sembrava così in forma ieri. Avrei comunque bisogno di conferire con qualcun'altro, un suo aiutante, che so? È un affare piuttosto urgente."
Dopo qualche consultazione affrettata, dal portone emerse un confratello che si presentò sbrigativamente: "Mi chiamo Kodda. In cosa posso servirla?"
Eylen era di bocca buona, si disse Ryan. Kodda era un tipo viscido, dalle labbra sottili coperte a malapena da due baffetti stenti color della paglia; zigomi alti, occhi sfuggenti e un colorito giallastro da itterico irrecuperabile: bell'affare avrebbe fatto, a darsi a quel merluzzo sdegnoso! Gli sorrise amabile: "Ero passato ieri per combinare una scorta a dei miei averi. Ci eravamo accordati col Superiore," accentuò apposta il titolo ed un lampo maligno passò negli occhi di Kodda, "ma nel frattempo le cose sono, purtroppo," sospirò accorato, "cambiate."
Di scatto gli afferrò una mano, sorpreso che non gli scivolasse dalla presa: "Mi hanno turlupinato, capisce? Tutti i miei averi per un carico di terra e sterco di capre." Fece una pausa ad effetto; teneva gli occhi bassi, ma spiò agevolmente i sorrisetti di disprezzo scambiati tra Kodda e il portinaio. Trasse un altro profondo sospiro, viscerale.
Il mercenario si affrettò a liberarsi, tossicchiando: "Cose che capitano, Signore. Se ne vedono di tutti i colori... Mi dispiace. Ora, se vuole scusarmi..."
"Certo, certo, scusi lei la mia debolezza. Allora, considero chiusa la partita? Ci penserà lei a informare il suo Superiore?"Quel possessivo fu più efficace di uno schiaffo. Kodda lo guardò con odio: "Vada pure, le ho detto. Penso a tutto io," grattò tra i denti.
"Un nemico in più", canticchiò Ryan tornando verso la Scala, "tanto onore..." Era decisamente ora di sparire per un pò. Doveva solo rendere una visita di cortesia.
Il Concistoro aveva deliberato di ospitare l'ambasciata di Yorda in una delle ville più belle di Tirien, un pò per l'amicizia che legava i due stati, un pò per compensare l'accoglienza piuttosto brusca organizzata da Eylen. Si trattava di Villa Riwery, immersa in un giardino magnificamente curato. L'ingresso principale dava su una delle piazze più esclusive della città, Piazza delle Due Giornate, nel cuore del quartiere residenziale dove si erano trasferiti tutti gli ex-occupanti del Colle dei Musicanti, compreso il gioielliere Streff al quale apparteneva la villa accanto a quella dell'ambasciata. La famiglia Riwery, antica nobiltà terriera, era stata posta fuori legge decenni prima, quando il re di Tirien era stato cacciato e la città proclamata Città Libera, retta da un Concistoro e da due Camere; i suoi possedimenti erano stati confiscati e la villa cittadina trasformata in pinacoteca ed residenza per ospiti di riguardo.
Valdo Dosty gli venne incontro per lo scalone di pietra beige che scendeva dalla veranda della villa, aggraziato e sinuoso come la coda di un gatto di Redos. Villa Riwery, tre piani di pietra e marmo dalle tinte morbide e sapientemente accostate, con ampie vetrate sulle aiuole ed i viali del parco, scale e terrazze che si inseguivano ed accentuavano a vicenda in un raffinato gioco di prospettive.
"Ryan! Che piacere, non contavamo più che ci passasse a trovare. Ha visto? La sua caccia è stata infruttuosa. Che scandalo! Due guardie uccise, quella malfattrice di nuovo libera..."
Era decisamente un tasto doloroso perché il buon cerusico, gran diplomatico, affrontasse l'argomento così di petto, senza convenevoli o giri di parole.
Ryan si schiarì la gola: "Veramente, Eccellenza, una vergogna. Le andrebbe di accompagnarmi a far quattro passi per questi magnifici terreni?"
Ryan lasciò che i suoi occhi dicessero più delle sue parole e Dosty se ne accorse perfettamente. Si volse verso un valletto che attendeva in cima alla scalinata: "Portaci un rinfresco alla Casina, vai!"
Passeggiavano senza fretta verso un padiglione affondato in un piccolo bosco di faggi e querce, lungo un viale ornato di statue di ninfe ed antichi geni ed alti vasi su cui regnava sovrana l'edera.
"Ho avuto molte cose per le mani, in questi giorni," esordì Ryan, "e ho fatto delle scoperte interessanti. Mi scuserà, ma devo azzardare un'ipotesi." Dosty lo guardava interrogativo. "Vi trovate qui per accordi economici di una certa importanza, non è vero? Qualcosa che privilegi Tirien su Metra."
Dosty arrossì, dalla sorpresa non riusciva quasi a respirare. Prese fiato dalla bocca a più riprese, come un cagnolino. Ryan continuò imperterrito: "La Kadras non guidava semplici briganti. Dovevano impedire che portaste a termine la vostra missione; il vostro Re non avrebbe apprezzato l'eccidio dei suoi inviati e probabilmente avrebbe rotto i rapporti con Tirien. Preferendo Metra." Lo guardò. Aveva fatto centro. "E un'altra cosa: lasciate perdere Esin. Di questi tempi è meglio farsi proteggere da qualcun'altro".
"Come diavolo sapete tutto questo?" esclamò Dosty, dimentico di ogni formalità: "sono andato al Capitolo prendendo ogni precauzione ed i nostri scopi sono coperti da segreto, noti solo a funzionari di altissimo rango..."
"Eccellenza, siamo tutti affaristi," tagliò corto Adrian, "sono venuto a farvi una proposta: tra una settimana vi consegnerò la Kadras, più tutte le informazioni che sono riuscito a raccogliere su quest'affare. In cambio vi chiedo duemilacinquecento verghe d'oro," Dosty impallidì, "il titolo di Cavaliere Sodale della Corona di Yorda con congrua pensione e infine," Dosty si stava detergendo grosse gocce di sudore dalla fronte con un fazzoletto di pizzo, "il segreto - reale! - sui nostri accordi. Della donna farete quel che vorrete, ma a Yorda e senza che nulla trapeli. Ci sono in gioco forze," gli rivolse uno sguardo eloquente, "senza scrupoli."
"Anche voi non scherzate, Sodale." Non sorrideva, ma Ryan sentiva un nuovo rispetto nella sua voce: aveva recuperato la freddezza, era di nuovo sul suo terreno preferito, preciso ed efficiente come solo un cortigiano di rango sa esserlo: "se quel che offrite è quel che offrite - e non ne dubito! - non ci saranno problemi di sorta ad accontentarvi. I vostri servigi ve ne danno titolo sufficiente. Ne parlerò oggi stesso con sua Eccellenza. Ma andiamo a bere qualcosa, ora che gli affari sono sistemati."
Quando ebbero discorso amabilmente per un buon quarto d'ora, Adrian condusse il cerusico per un'altra passeggiata nella tenuta, verso un posto che aveva cercato da poco su una mappa. Mostrò a un Dosty allibito la lastra che chiudeva l'accesso alle fogne, nascosta da una siepe sempreverde.
"Se tutto andrà bene ci vedremo qui a mezzanotte, fra sette giorni. Saprò che avrete accettato, perché avrete depositato la somma che vi ho richiesto a questo conto al Monte delle Province la mattina," gli diede un pezzetto di carta con sopra dei numeri scribacchiati.
"Avete pensato a tutto, vedo," commentò a bassa voce il cerusico.
"Me lo auguro," fu l'allegra risposta di Ryan.
"Era ora che qualcuno venisse a trovarmi," sussurrò Eylen quando Adrian entrò nella sua stanza a Villa Streff, "cominciavo ad annoiarmi, qui legata, ferita, senza uno straccio di compagnia."
La candela bruciava imperterrita, come se fosse stata accesa da mezz'ora. Nella stanza il suo profumo si era fatto più accentuato, muschio e sandalo e qualcos'altro, più acre. Le si avvicinò, si sedette sulla sponda del letto e le controllò la ferita: niente infezione. Soddisfatto, la lavò e, applicato altro unguento, la bendò di nuovo.
"Hai delle mani così delicate," sospirò Eylen, "che mi piacerebbe mi carezzassero tutta." Lo guardò in tralice. "Chi sei?"
Dopo aver disdetto la stanza alla Scala di Mezzogiorno spandendo ai quattro venti la stessa storia che aveva servito ai mercenari, Adrian si era tagliato baffi e pizzo e capelli e si era ritirato nella casetta a Villa Zaffiro. Mancava solo Eylen, e ormai era la parte più facile. Quella candela che ardeva così lentamente gli era costato un occhio, è vero, ma erano senz'altro soldi ben spesi: nella cera erano miscelate delle erbe particolari che crescevano solo in recessi sperduti dei Denti; bruciando, il fumo che ne sprigionava agiva come un tranquillante ed un ipnotico blando: chi ne respirasse per un paio d'ore senza aver preso l'antidoto cadeva in uno stato di rilassatezza invincibile, faceva quel che gli veniva chiesto, rispondeva senza mentire a qualsiasi domanda e stava talmente bene da non provare alcun desiderio di fuggire. Eylen era immersa in quell'aroma da un giorno intero.
"Sono un cacciatore," le rispose passandole le dita sul viso, scostandole dagli occhi delle ciocche di capelli. La liberò. Certo era bella. Bella e pericolosa. Si alzò e le mostrò degli abiti che le aveva comprato alla Fiera.
"A cosa mi servono? Non mi preferisci così?" si scostò languidamente di dosso il lenzuolo. Le curve del suo corpo, nel riflesso di miele della fiammella, erano di seta, più un ordine che un invito. Tese le braccia verso di lui ed Adrian sentì sprigionarsi da lei una forza alla quale non poteva (voleva?) opporsi. I motivi che aveva per detestarla gli balenavano alla mente, una voce fredda gli rammentava che lei lo odiava, aveva cercato la sua morte; ma il sangue nelle vene cantava tutt'altra canzone e il suo corpo già si muoveva da solo. Affondò in lei. Nelle orecchie gli risuonava il suo grido d'estasi gutturale e primitivo.
A mattina, con poche domande, si fece spiegare dove avesse nascosto il Libro Protetto della Confraternita. Era in un tronco cavo vicino alla radura dove avevano lasciato i cavalli per l'agguato alla delegazione di Yorda. Le era servito per quelle Parole di Terrore iscritte sui pali all'inizio della radura, per evitare che arrivassero visite inopportune. Poi era arrivato un maledetto bastardo al quale non avevano fatto nessun effetto e che le aveva rovinato tutto...
Delle ali immense sembrarono per un attimo oscurare la luna...
già, Adrian si ricordava.
Non si era fidata a portarlo con sé: pensava di passare a recuperarlo quando le acque si fossero calmate. Poi l'avevano catturata.
Le lasciò tre giorni di provviste. La candela sarebbe bastata per tutta la settimana. La baciò e partì al recupero. Si sentiva un verme: lei gli era penetrata dentro più di una freccia. Adrian sapeva che le sue gesta in suo soccorso l'avevano conquistata e, anche se non l'aveva riconosciuto, quello che provava per lui non era frutto dell'incanto del cero. Stava, in qualche modo, abusando della sua fiducia e dei suoi sentimenti e non gli piaceva.
Trovò il libro dove lei gli aveva detto di averlo nascosto, un grosso libro dalla copertina di legno borchiata di ferro, le pagine di pergamena coperte da una scrittura elaborata, difficile a leggersi, e piene di figure e diagrammi. In oro, sul dorso, c'era scritto: "Yabr od Làidan Xedàr". Sapeva abbastanza dell'antica lingua per tradurre: "Libro della Forza che Scorre". Con un brivido di anticipazione lo ripose in una delle tasche della sella.
* * *
Il parco di Villa Zaffiro in primavera era un'oasi di meraviglia, una promessa di nascita che affondava nell'animo e lasciava una continua sete inappagata, come una droga. Adrian vi trascorreva ore e ore, passeggiando, studiando, meditando. Era il bozzolo perfetto dove tessere le sue nuove, fragili ali. La magia era in lui, aveva scoperto; i libri aiutavano, ma non erano fondamentali. Probabilmente aveva imparato di più dal viaggio in se stesso seguito alla consegna di Eylen a Yorda che non da quell'ermetico testo col quale era ancora alle prese: quando ci si strappa una freccia dalla carne si soffre molto, anche se è l'unico modo per salvarsi.
"Non uccidetela," aveva sussurrato a Valdo Dosty, mentre la portavano via, indifesa e tranquilla. Il cerusico gli aveva poggiato una mano su una spalla e gli aveva dato una stretta di conforto: aveva capito, era un uomo di mondo.
In febbraio, alla banca che gli faceva anche da recapito, aveva trovato una comunicazione da Yorda: "La pantera è fuggita. Consigliamo attenzione. Non ha dimenticato il cacciatore."
Dalla finestra sul giardino Adrian guardava i giorni trascorrere nella pace inquietante di quel nuovo verde misterioso. Forse l'avrebbe trovato, forse no...
Ogni momento di pace è solo un breve intermezzo nella cerca.
|