I diamanti di Kandia - Prima parte

"Va' per le vie del vasto mondo
Senza seguire stelle o sentieri
E ti sia serpe la strada sinuosa
E lingua di fiamma la spada
Sinché non si sveli il tuo nome."
        dalla Regola dei Padri dei Sentieri, Capo IV, versi 1-5

1.
Ser Irulio d'Entraves era un ricco commerciante di Redos, il porto più importante del continente di Estriana. A dire il vero, era uno dei più ricchi della città. Il suo talento negli affari non era combinato, però, ad una pari arguzia politica: la sua intelligenza sembrava rivolta unicamente a fini di lucro, incapace di qualsiasi azione diplomatica. Da anni tentava inutilmente di entrare a far parte della ristretta oligarchia che, di fatto, governava Redos. Senza alcun successo.
Più che altro si trattava di una questione di modi, perché ad un capitale come il suo, intelligenza o no, si sarebbero dovute aprire tutte le porte. Ser Irulio, però, riusciva a rendersi semplicemente troppo antipatico: tutti i possidenti ostentavano le loro ricchezze, ma niente era più esasperante della boria con la quale lui faceva pesare i suoi successi. Tutti erano più o meno "smaliziati" in affari, ma nel suo caso si affacciava il dubbio che sotto sotto covasse della pura malvagità.
Inutile dire come un tale stato di cose avesse tendenza a riflettersi negativamente sull'andamento dei suoi traffici. Se il Consiglio era in dubbio su una qualche misura, il fatto che potesse tornargli utile la faceva automaticamente cassare. Se si doveva imporre qualche nuovo balzello si esaminavano accuratamente i generi nei quali più commerciava e si selezionava immancabilmente la soluzione che gli avrebbe arrecato il maggior danno. Se si doveva scegliere tra i partecipanti ad un qualsiasi appalto, non ci si orientava mai su qualcuno del suo entourage.
Nonostante tutto questo, i suoi affari andavano a gonfie vele.
Se ser Irulio si rovinava il fegato per gli insuccessi politici, i suoi avversari se lo rovinavano per i suoi successi economici e per la loro incapacità di mettergli i bastoni tra le ruote. Non riuscivano a capire come potesse mettere a segno colpi tanto ghiotti come l'affare della polvere di perle dell'anno prima; non sapevano nulla dei suoi corrispondenti; sospettavano soltanto che gran parte dei suoi proventi venisse dal contrabbando, ma ne non avevano mai trovato la minima prova.
Tra i maggiorenti di Redos e Irulio d'Entraves la partita si era sempre risolta in uno stallo.

Ser Irulio, per quanto negato per la politica, possedeva un notevole intuito: si aspettava che presto o tardi i suoi avversari abbandonassero la legalità e l'affrontassero su un altro terreno. Si meravigliava, anzi, del fatto che nessuno avesse ancora incendiato i suoi magazzini o affondato i suoi kadvel. Attribuiva questa grande fortuna al fatto che tutti i Consiglieri facessero parte della vecchia guardia e rispettassero, a modo loro, un certo codice d'onore: nessuno trovava nulla da ridire nel tentare di rovinare un concorrente con sotterfugi e tiri mancini, né nell'utilizzare il potere ai propri fini. Ma nessuno concepiva la possibilità di misure direttamente illegali contro un avversario capace di eludere trappole di altro genere.
Probabilmente non sarebbe durato. Le sue spie gli riferivano sovente di come i vari stretti collaboratori di ser Elmer o di ser Margano caldeggiassero vivacemente incursioni o spedizioni punitive contro i suoi uomini. Ma quei vecchi sciacalli non ne volevano sapere. Continuavano a tartassare le sue merci e le sue navi, a farsi beffe di regolamenti e codici per rubargli appalti e gare, ma non passavano all'azione. Non volevano rendersi conto che era l'unico modo per piegarlo e lui approfittava in grande stile della loro ottusità.
Sospettava da tempo che coll'avvicendarsi alla guida delle varie casate degli eredi degli anziani Consiglieri il gioco si sarebbe fatto più duro. Era certo che i giovani non sarebbero stati ligi come i genitori a quella strana etica così antieconomica e stava prendendo le sue misure. Ma non era facile senza gli agganci giusti. E in quel campo, se non si aveva potere, gli agganci costavano cari. E non erano mai troppo affidabili.
Stranamente i rampolli che per il momento si erano affacciati alla ribalta non sembravano intenzionati a cambiare le regole del gioco. Ser Hyan e ser Garant, per esempio, avevano perseguito la politica dei propri padri senza dimostrare alcun dubbio o incertezza. Anzi, dai rapporti che gli arrivavano sembravano del tutto disinteressati a qualsiasi innovazione. Avevano studiato, si occupavano di lettere e musica, non avevano tempo da perdere con gli affari ed i concorrenti: Hyan suonava l'arpa, Garant era irretito nelle grazie misteriose della sua sposina... E lui continuava ad eludere dazi e balzelli con false imbarcazioni della Flottiglia e a riversare sul mercato di Redos merci di contrabbando a prezzi impossibili; continuava ad arricchire e a rodersi l'anima perché non si apprezzavano il suo acume e la sua intelligenza. Se avesse potuto dire la sua, avrebbe cambiato molte cose nella politica di Redos. Ma nessuno chiedeva mai il suo parere.

Redos era una grande città. Si andava sviluppando da secoli intorno al porto, il più importante del continente, cuore dei traffici con gli arcipelaghi del Sud e le grandi capitali del Nord e soprattutto con i paesi d'Oltreoceano. Naturalmente un simile volume di commerci richiedeva attrezzature ed opifici in grande quantità e numerossisimi lavoratori di ogni genere, così che Redos si era ingrandita a dismisura col passare del tempo: officine, capannoni, quartieri dove ospitare carovanieri e viaggiatori d'ogni sorta, abitazioni, empori, Case pubbliche, templi; l'abitato penetrava sempre più nel cuore della breve piana che separava il fiordo dai contrafforti dell'Arco di Costa.
Pur essendo stata costruita con intelligenza, perlomeno fino a non molto tempo addietro, la città era afflitta da molti problemi. Le sue stesse dimensioni rendevano vano qualsiasi tentativo di controllo e regolazione ed il flusso ininterrotto di visitatori e merci non faceva che aggravare le già difficili condizioni di igiene e traffico. C'erano ore in cui le ampie strade che univano le Dogane ai Moli erano tanto affollate da impedire qualsiasi movimento ed era inevitabile che in quelle condizioni gli animi eccitati si surriscaldassero e scoppiassero brutte risse; c'erano giorni di canicola in cui il lezzo che saliva da certi canali di scolo era intollerabile e c'erano volte in cui le nuove costruzioni di legno avvampavano come torce ed interi rioni venivano rasi al suolo.
Vivere a Redos non era facile.
C'erano però zone della città dove questi inconvenienti non erano così sentiti ed il tempo sembrava essersi fermato ad un lontano passato quasi bucolico. La costa settentrionale del fiordo era formata da una breve fascia ondulata di colli che si tramutavano all'improvviso in montagne selvagge e scoscese a neanche tre miglia dalla riva. Fin dalla nascita di Redos si era deciso che quello fosse il cuore della città. Tutti gli edifici pubblici di rilievo vi erano stati concentrati, i templi più ricchi ed importanti, le botteghe dei migliori mastri artigiani ed i negozi di lusso: i Monti Sileni erano il fiore all'occhiello di Redos e tra loro spiccava Monte Alliano.
A Monte Alliano abitavano solo coloro che giocavano un ruolo importante nella vita cittadina. Riuscire a possedere una villa a Monte Alliano era il traguardo degli ambiziosi, era il segno per tutti evidente del successo in una qualsiasi attività: armatori, politici, commercianti facevano a gara ad acquistare le poche proprietà che si rendevano disponibili sulle pendici del colle. Il fior fiore dell'alta società vi si ritrovava e riconosceva.
Il bosco che originariamente aveva ammantato tutti i Sileni vi era stato gelosamente conservato e le magioni erano state accortamente edificate nel suo seno, avendo cura di non interromperne in alcun modo l'equilibrio e l'armonia. I viali d'accesso e le strade si snodavano all'ombra di fronde di querce centenarie, fra tigli e roveri imponenti. I rumori del traffico non vi giungevano, né i miasmi o il fumo degli incendi.
Naturalmente ser Irulio d'Entraves aveva la sua residenza a Monte Alliano.
Era una villa in pietra costruita su tre livelli su un pendio digradante verso il mare, annidata in una radura in un macchione di castagni. Il sole, quando penetrava le brume e la caligine così comuni nel cielo di quelle regioni, vi batteva da mattina a sera, assicurandole una temperatura piacevole per la gran parte dell'anno. L'opera dell'uomo si era incaricata di perfezionare le caratteristiche già di per sé tanto favorevoli del sito e il frutto del connubio tra natura ed arte era, inutile dirlo, una delle più belle case di Redos. Ser Irulio, a sottolinearne le rare qualità, l'aveva chiamata Villa Diamante.
Il commerciante, inoltre, possedeva una magnifica tenuta, detta "La Quiete", sulla costa meridionale del fiordo, circondata da ettari ed ettari di terreni della più varia natura, dove amava ritirarsi per brevi, ma frequenti periodi di riposo dalle amarezze della vita cittadina.
Era una bella mattinata settembrina, con l'aria già frizzante che sconfessava le tinte ancora estive del bosco, quando sotto i castagni del viale d'accesso a villa Diamante risuonò all'improvviso rumore di zoccoli, un cavallo lanciato al galoppo. Alcuni dei domestici, incuriositi dall'insolita circostanza, lasciarono le loro occupazioni e si affacciarono da finestre e verande per vedere chi fosse quel visitatore in preda a tanta urgenza. Quando scoprirono che si trattava di Tyren, il factotum di ser Irulio, tornarono rapidamente alle proprie faccende. Se andava così di fretta, non era certo un buon segno.
Tyren avrebbe pagato oro per essere da qualche altra parte, in quella chiara mattina di settembre. O perlomeno per avere altre notizie da dare al suo padrone.
Invece era lì, le notizie erano quelle e lo aspettava una delle peggiori giornate della sua carriera. Già il fatto di dover svegliare ser Irulio a quell'ora antelucana era di per sé quasi imperdonabile, specialmente quando era appena tornato da una vacanza alla Quiete. Svegliarlo per parlargli della scomparsa di una carovana era decisamente troppo.
Per prima cosa si recò in cucina e ordinò al cuoco di preparare immediatamente la colazione per ser Irulio. Quella mattina avrebbe provveduto a portargliela di persona. Il pover'uomo farfugliò qualcosa circa l'ora inconsueta, ma Tyren lo zittì con un grugnito molto poco amichevole e mandò uno sguattero a cercare Silys, il maggiordomo. Anche a lui comunicò che era sua intenzione servire personalmente ser Irulio, e glielo disse con un'espressione che troncò ogni obiezione sul nascere. D'altronde non aveva mai potuto sopportare quel pinguino imbellettato.
Questi piccoli e, in altri momenti, piacevoli diversivi non lo rimisero affatto di buon umore e si avviò verso la stanza da letto del padrone, che occupava l'intero terzo piano della villa,come chi si appressa al patibolo.
Non si preoccupò di bussare: a quell'ora ser Irulio era nei luoghi del sonno più profondo. Si avvicinò alle grandi vetrate che si affacciavano sul fiordo e scostò energicamente i pesanti tendaggi che fino ad allora avevano tenuto lontana la luce della nuova giornata. Rivoli di sole inondarono la stanza, avvolsero il letto dove ser Irulio giaceva tra rosse lenzuola di seta sconvolte da una notte agitata. Era solo: già un passo avanti, pensò Tyren. Tossicchiò. Poi accennò un timido "...ser Irulio..?" che non sortì alcun effetto visibile. Si sporse verso la figura prona ed immobile e gli diede qualche colpetto su una spalla: era dalla sera prima che odiava quel momento. Pian piano, con grande difficoltà, col sommarsi dei colpi e dei richiami, ser Irulio tornò in sé. Aprì gli occhi e fulminò Tyren con uno sguardo di puro odio. Rimase così, per qualche minuto, mentre il suo braccio destro lo fissava in silenzio. Poi chiese: "Che diavol..."
Tyren lo interruppe subito. Quasi incespicando nelle parole gli raccontò il motivo che lo aveva portato lì quella mattina; voleva riuscire a dirgli tutto prima che cominciassero gli insulti. Si era preparato bene a quell'incontro.
"E` presto detto, padrone. La carovana, quella che doveva arrivare nei giorni scorsi da Cathaeth... beh, è sparita. Non ce n'è traccia per tutta la Piccola Piana e alle Dogane non è mai arrivata. Ho mandato degli uomini a raccogliere informazioni e pare che l'abbiano vista in ultimo alla Porta delle Piane: da lì in poi, buio. Evaporata. Quando me l'hanno riferito ho subito provveduto a mandare gente in gamba, perché ci dev'essere sotto qualcosa, no? Una carovana non sparisce mica così, di punto in bianco. Avrei voluto evitare di svegliarvi a quest'ora, ma l'affare è grave, ho bisogno di direttive eppoi pensavo fosse mio dovere informarvi senza indugio perché..."
"Basta!" tuonò ser Irulio, tirandosi su tra le lenzuola battagliate, "ti sembra questo il modo di fare rapporto? Ti sei rimbecillito tutto insieme? Taci e fammi prendere fiato: una tale gragnuola di cattive notizie rovinerebbe la giornata a chiunque, chiunque non potrebbe che prendere decisioni impopolari, dopo un inizio del genere... E` inutile che tu prenda quell'espressione contrita, adesso. Il danno e` fatto e bisognerà rimediarvi. Passami quel fazzoletto, si`, quello che mi e` caduto dal capezzale, Dei, o Dei, sono attorniato da una massa di incapaci. Anche tu, anche tu come tutti quegli altri scalzacani..."
"Ser Irulio, era necessario svegliarvi. Quella carovana è troppo importante per..."
"Idiota! So perfettamente quanto sia importante quella carovana. Visto che lo sai anche tu, vuoi per cortesia spiegarmi cosa fai qui invece di essere là a scoprire che fine ha fatto?" Quando ser Irulio diventava ironico in mezzo a una sfuriata c'era da aspettarsi il peggio. Tyren lo sapeva. Ma non poteva far nulla. Rimase lì impalato, mentre il commerciante, d'un tratto schiumante di rabbia, gli si avvicinava carponi sul letto.
"Non parlerò neanche della partita di spezie rarissime che, a quanto mi dici, è anch'essa svanita, né di quel che mi è costato assicurarmene il monopolio.
Passi.
Ma sono anni che cerchiamo di entrare in contatto con i contrabbandieri di Kandia e una volta che ce l'abbiamo fatta, ci facciamo soffiare tutto il carico di diamanti sotto il naso? Cosa fai QUI?" urlò.
Gli afferrò il bavero e gli diede una violenta testata sul setto nasale. Sfere multicolori esplosero negli occhi di Tyren, sentì distintamente lo scricchiolio di ossa che si rompevano. Ser Irulio lo spinse via con disgusto e si alzò, mentre il malcapitato crollava pesantemente su una poltrona. Il mercante uscì sul patio e respirò a fondo l'aria fresca e pungente. Scrollò il capo, si passò le mani fra i radi capelli grigiastri, sospirò e rientrò.
"Non sei piu` quello di un tempo, Tyren, mi duole dirlo, ma ti comporti come se non avessi piu` a cuore i miei interessi. E si` che i miei interessi sono anche i tuoi, non capisco..."
Tyren cercava di snebbiarsi la mente dal dolore lancinante che gli pulsava in mezzo alla fronte. Cercava di riordinare le idee. Quando riuscì a vedere di nuovo, ser Irulio era in piedi davanti a lui. Aveva uno strano sguardo negli occhi, tristezza ed odio. Tyren sentiva il pericolo quasi palpabile.
"Vogliono mettermi fuori gioco. Rovinarmi. E tu sei qui. Potrebbe essere l'inizio della fine. E tu sei qui."
"Ho mandato Shai, e Adrian, e Edo. Sono i migliori. Io... io volevo restarle vicino, padrone. Sapevo che sarebbe stato un brutto colpo." Non sapeva se le lacrime erano per il mercante o per il suo naso rotto.
"Non dire stupidaggini. Sono anni che mi preparo a una simile eventualità." Il tono era brusco, ma quella luce gli era scomparsa dagli occhi. Adesso sembravano lucidi. "Hai scelto bene, sono i migliori. Dopo di te.
Scusa."
Si avviò verso lo spogliatoio e la stanza da bagno, chiamando a gran voce il suo maggiordomo. Arrivato sulla soglia si voltò e si rivolse di nuovo a Tyren: "Fatti dare del ghiaccio e fatti vedere da ser Madiano. Sii pronto a riferirmi qualunque novità e prepara una ventina di buoni elementi, stavolta bisognerà giocare duro."


Continua...

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