I diamanti di Kandia - Seconda parte

2.
La regione nella quale si perdevano le tracce della carovana scomparsa sembrava, a tutta prima, non offrire possibilità alcuna per un'impresa del genere. Era una terra di colline dolcemente digradanti, dove la gran parte delle zone adatte era stata da lungo tempo coltivata e gli insediamenti umani erano più che frequenti. Piccoli villaggi, fattorie isolate, locande che fiorivano dei traffici con l'interno e le montagne costellavano le sue valli e pianure, rendendo difficile a chiunque lo spostarsi inosservato. Problemi quasi insormontabili avrebbero dovuto porsi a chi avesse dirottato un'intera carovana.
Invece no.
Del convoglio non c'era traccia. I rapporti di chi li aveva preceduti avevano chiarito ad Adrian e agli altri che bisognava pensare a qualcosa di insolito per risolvere l'enigma, dal momento che, stando alle prove, gli uomini e i carri erano semplicemente evaporati senza lasciare traccia.
Cosa che tutti e tre ritenevano naturalmente impossibile.
Lungo la strada avevano controllato attentamente le osservazioni e gli appunti lasciati loro dagli altri ed avevano dovuto convenire che non c'erano luoghi dove poter tendere un'imboscata con buone garanzie di successo. Avevano rinnovato le domande in più d'un ostello e le risposte erano in perfetto accordo con quanto già noto. Si trovavano ora accampati a un paio di miglia dall'ultima locanda dove la carovana si era fermata e cercavano di individuare, in mezzo a tutto quello che avevano saputo, la nota stonata che li potesse mettere sulla pista giusta. Cosa, disgraziatamente, più facile a dirsi che a farsi.
Adrian non era affatto soddisfatto. Né delle informazioni, né della compagnia. Gli pareva infatti assurdo negare una realtà a favore di un'ipotesi. Cosa c'era di più certo della scomparsa della carovana? Eppure Shai arrivava a sostenere che doveva esserci un errore di fondo in tutta la faccenda, che il convoglio - più di trenta carri! - evitando ogni contatto con chicchessia, doveva essere arrivato a Redos dove, lì sì!, era stato fatto sparire e venduto a un cliente migliore. Ma a prescindere dal fatto che era incomprensibile il perché di un tale voltafaccia - la carovana non si era affatto nascosta fino a quel punto - restava la mancata registrazione alla Dogana. Si potevano far miracoli, ma una carovana non poteva entrare a Redos di soppiatto. Non poteva neanche arrivare in vista della città senza che qualcuno non la notasse, se è per questo; ma Shai liquidava tali argomentazioni come sottigliezze da damerino e proponeva vigorosamente di rientrare e cercare al porto, prima che sparissero anche le ultime tracce.
Shai non gli era mai piaciuto. Lo aveva sempre ritenuto un vile opportunista pronto a tutto pur di ottenere il suo tornaconto ed in più di un'occasione lo aveva visto scaricare la colpa dei suoi errori su altri, più deboli. Una o due volte aveva cercato di far lo stesso con lui, ma lui era un osso un pò più duro. E poi era amico di Tyren.
Era stato lui a contattarlo tramite il buon Ira, quando era appena sbarcato a Redos e già aveva seri problemi con la giustizia. Dopo averlo conosciuto all'Ancora e l'Edera aveva cominciato a lavorare per Irulio d'Entraves, più per non perdere di vista Tyren che per interesse economico. Si era subito accorto che quell'uomo sarebbe stato importante per la sua vita, come se n'era accorto anni prima per Gwayris, il suo maestro d'armi e di cose arcane. In fin dei conti era tutta la vita che si affidava al suo intuito e non si era mai sbagliato. Con Tyren erano subito andati d'accordo, ed era per questo che era rimasto al servizio del mercante, sebbene la prima impressione negativa da lui ricevuta si fosse poi precisata e definita con la collaborazione. Tyren gli aveva dato molto, amicizia ed insegnamenti e occasioni per arricchire.
Lo stesso istinto che lo aveva sempre guidato gli diceva adesso che Shai aveva torto, che di lui non ci si poteva fidare e che nella storia della carovana c'era qualcosa che non andava.
Inutile sperare in Edo per un aiuto. Edo parlava raramente e mai per dire qualcosa di importante. Chiedeva informazioni inutili, puntualizzava, iniziava frasi che lasciava poi cadere se appena minacciavano di assumere un senso troppo definito ed autonomo. Era un gregario perfetto, un abile spadaccino, ma come investigatore non valeva un accidente. Adesso stava là, con la sua lunga faccia del tutto priva d'espressione rivolta verso Shai e non diceva niente perché qualunque cosa sarebbe stata troppo sensata. Il fiato che Shai stava sprecando da mezz'ora era ad esclusivo uso e consumo di Adrian, che non apprezzava affatto l'interessamento.
"Piantala di pensare ai cavoli tuoi e dì qualcosa," si stizzì Shai a un certo punto. "Stai dicendo delle fesserie tali da annoiarmi mortalmente. Non si rientra senza aver cercato meglio."

"E che vorresti cercare, tu che sei così intelligente?"
"Cercare di capire cosa ci sfugge. Sono convinto che la carovana non è mai arrivata a Redos. Dev'essere successo qui intorno."
"Sono stufo delle tue arie, hai capito? Ho troppa esperienza per dare ascolto a un moccioso come te. Torneremo e ser Irulio deciderà chi ha avuto torto. Se troveremo il convoglio al porto ne vedrò delle belle."
"E sennò vedrai i sorci verdi, razza di idiota. Andarsene senza aver neanche perlustrato la zona sarebbe imperdonabile per Irulio e lo sai benissimo. Senti, domani all'alba andremo alla locanda che c'è a quattro ore da qui a chiedere se, quando sono arrivati lì, i carovanieri si comportavano normalmente o se erano circospetti, se cercavano di non dare nell'occhio oppure andavano in giro tranquilli. Se già sembravano sospetti laggiù, vorrà dire che hai ragione tu e torneremo di corsa a Redos, sennò torneremo a parlare con l'oste della Falce Stellata... Eppure questo nome mi ricorda qualcosa... Beh, torneremo a parlare con l'oste della Falce Stellata e studieremo meglio il tragitto tra i due punti. Che ne pensi?"
"Una volta tanto parli col cervello, Adrian. Mi sembra una proposta sensata. Che ne pensi, Edo?"
"Che se dobbiamo alzarci all'alba è ora di andare a dormire."
"Giusto, dannazione! Io monterò l'ultimo turno di guardia; tu, Adrian?"
"Coricatevi pure. Io per il momento non ho sonno."
Era una notte splendida. Luna nuova di settembre, una lieve brezza dai monti e miriadi di stelle. Adrian lasciò che il fuoco si riducesse a un pugno di tizzoni e, appoggiato a una giovane quercia, alzò gli occhi allo Zodiaco per seguire i lenti sentieri delle costellazioni. Quella notte il Carro troneggiava a colmo del cielo, le sue stelle una falce scintillante nelle profondità dello spazio...

Il giorno dopo dense nuvole temporalesche correvano da orizzonte a orizzonte. L'alba non era stata più di un sospetto di luce grigia da qualche parte a oriente e i tre avevano percorso in silenzio le miglia che li dividevano dalla locanda proposta da Adrian, ognuno chiuso nei propri pensieri. Spesso Adrian si era chiesto quali potessero essere i pensieri di Edo, ma era un altro interrogativo al quale non aveva trovato risposta. A parte questo, Adrian, che visitava la regione per la prima volta, si era stupito del repentino cambiamento della conformazione del terreno. Dopo la Falce Stellata la via si inoltrava in mezzo a colline dai fianchi assai ripidi che sembravano sorgere improvvise ad ogni nuova svolta, che formavano strette gole e valloncini invasi da un groviglio di vegetazione selvaggia ed apparentemente impenetrabile: era, non poteva fare a meno di pensare, una zona ideale per gli agguati ed i sequestri.
Il tempo era sempre ugualmente opprimente quando arrivarono in vista della Porta delle Piane, come si chiamava la locanda, e le informazioni che ottennero non fecero nulla per sollevar loro il morale. L'oste si ricordava perfettamente del convoglio, aveva chiacchierato a lungo con i carrieri e se non andava errato questi gli avevano detto di essere sulla via di Redos per recarsi dal signore d'Entraves. Gente molto simpatica, riferiva, e giurava essere un vero peccato il non avere più loro notizie da così tanto tempo. Mentre l'uomo parlava Adrian lanciava eloquenti occhiate a Shai, il quale tuttavia faceva finta di non accorgersene.
Dopo aver bevuto con l'oste una pinta di sidro i tre uomini ripresero la via del ritorno; erano sempre silenziosi, ma Adrian stavolta osservava il percorso con maggiore attenzione, perché gli era venuta un'idea: una realtà si può creare, andava argomentando, nel qual caso importa studiarne i creatori per scoprire le sue vere fattezze. Presentemente gli artefici della realtà cui si aggrappava Shai erano i vari osti e locandieri che avevano ospitato la carovana. Era sufficiente che uno di loro mentisse perché la realtà così solida di Shai crollasse in mille pezzi... Viste le circostanze, Adrian era propenso a credere che il bugiardo fosse l'oste della Falce Stellata. Quello che avevano appena lasciato non avrebbe certo saputo a chi era diretta la merce se i carovanieri stessi non glielo avessero detto e poi le gole e gli strapiombi che stavano ora attraversando sembravano studiati appositamente per scopi di rapina; ragion per cui la carovana era stata dirottata in questi anfratti e l'oste della Falce mentiva.
Perché mentiva? Per paura o per interesse? Se si trattava di paura farlo parlare sarebbe stato molto difficile; se si trattava di interesse un modo di farlo collaborare si sarebbe potuto trovare, ne era quasi sicuro. Certo però che era strano che un oste fosse in combutta con dei briganti di strada, almeno in quelle regioni... Pensandoci meglio, erano addirittura i briganti di strada a essere fuori posto da quelle parti. Da quando era a Redos non aveva mai sentito parlare di incursioni contro carovane o accampamenti, cosa invece assai comune verso le montagne o più a Nord. Vuoi vedere che aveva ragione Shai? Assurdo, doveva esserci un'altra risposta.
Intanto erano di nuovo in vista della Falce Stellata. L'insegna oscillava alla stenta brezza di pioggia e per un attimo tutta l'attenzione di Adrian vi si focalizzò, come se quel pezzo di legno dipinto fosse l'unico oggetto del suo universo. E Adrian vide con gli occhi della mente un'altra falce stellata dipinta su legno, più precisamente sullo sportello della carrozza di città di un certo ser Garant, erede di una delle fortune più cospicue di Redos, ma fino a quel momento apparentemente inoffensivo. Il resto venne da sé, facile in una mente già pronta al massimo delle sue capacità: qualcuno aveva avvisato Garant della spedizione dei diamanti e questi aveva sequestrato la carovana a monte della Falce Stellata, affidando all'oste suo sgherro il compito di sviare eventuali indagini. Mentre smontavano da cavallo e Shai ritornava alla carica con la storia del porto, Adrian si chiese brevemente se la sua fosse solo stupidità oppure qualcosa di peggio; ma non credeva che Shai fosse al corrente della coincidenza di Kandia, perciò si concentrò sull'incontro con l'oste.
Il maltempo doveva aver scoraggiato i viaggiatori, perché la locanda era deserta. Solo l'oste e sua moglie sedevano davanti al camino acceso nella sala comune, consumando una cena silenziosa. L'uomo, quando li vide, si alzò e si inventò un sorriso di circostanza, venendo loro incontro per farli accomodare e prendere le ordinazioni. Mentre Shai ed Edo si sedevano, Adrian si diresse verso di lui sorridendo a sua volta e fece in modo di raggiungerlo vicino al muro che divideva in due la sala, lasciandola comunicare attraverso un arco dallo stipite di legno lavorato. Più rapido di un baleno, lo afferrò per il bavero e spintolo all'angolo gli puntò il coltello alla gola, sibilandogli all'orecchio: "Vuoi portare tu i miei saluti a ser Garant o ci penseranno i tuoi eredi, verme?"
Era stato talmente rapido che gli altri si erano a malapena accorti dell'accaduto quando l'oste aveva già capito di essere in trappola. Adrian glielo lesse negli occhi, ma l'ometto cercò nonostante tutto di prendere tempo. Balbettava, lo scongiurava di non far torto a sua moglie, la quale, dal canto suo, era rimasta impietrita accanto al focolare. Non c'erano rumori nella locanda. Una parte della mente di Adrian registrò questo fatto con una certa inquietudine, ma l'oste era piu` importante. Affondò un poco la lama e sentì l'oste cedere di schianto contro di lui. Stava per parlare e Adrian si stava già rilassando quando un ultimo sguardo ai suoi occhi lo rimise di colpo in allarme: vi stava affiorando un'espressione mista di sorpresa e terrore, come se al sollievo per la salvezza improvvisa si associasse di colpo la coscienza di un pericolo peggiore. Un'ombra sottrasse luce ad Adrian che agì d'istinto, affidandosi ai nervi: scagliò di lato l'oste e saltò dall'altra parte sfruttando la spinta. Sentì un coltello sibilare dov'era stata la sua schiena pochi attimi prima e si volse di scatto per vedere l'aggressore.
Era Shai.

Era lui il traditore. Gli lanciò il pugnale che aveva in mano, ma lo mancò. Il pugnale si conficcò nello schienale di una sedia con uno schiocco sordo. Shai, che nel tentativo di prendere Adrian alle spalle si era sbilanciato, aveva perso il suo; sguainò la spada e gli si avventò contro. Adrian cercò di schivarlo, ma inciampò in un tavolo e cadde pesantemente a terra. Rotolò via velocissimo e la spada lo sfiorò lacerandogli i vestiti. Mentre a sua volta estraeva l'arma, chiamò a raccolta tutte le sue energie e menò un fendente rasoterra sperando di colpire l'avversario alle gambe, ma quello lo evitò saltando in tempo. Perse però a sua volta l'equilibrio e Adrian ebbe modo di rialzarsi... e di rendersi conto che la spada gli vibrava in pugno. Era la vecchia spada di Gwayris che egli stesso gli aveva regalato al momento della separazione, dicendogli che sarebbe cresciuta con lui; ma fino ad allora nulla era accaduto che lo avesse fatto sospettare di qualche suo potere soprannaturale. Era passato del tempo, questo è vero, ma lui non si sarebbe mai aspettato niente del genere. Rimase un buon momento stupito a fissare la lama, e gli sembrava di vederla emettere bagliori soffusi. Il suo atteggiamento era cosi` fuori dalla norma che anche Shai si fermò per un attimo interdetto a guardarlo; poi si convinse che Adrian doveva essere atterrito dal suo attacco improvviso e, reso più baldanzoso da questa scoperta, si fece di nuovo sotto.
Con la coda dell'occhio Adrian notò il movimento di Shai. Stava per spostarsi quando una parola si formò chiara nella sua mente, come se qualcuno accanto a lui l'avesse pronunciata a voce alta. Sentì l'energia scorrere dall'elsa lungo tutto il suo corpo. Non si mosse. Ruotò sul posto per fronteggiare l'avversario e gridò quella parola che gli risuonava nella testa sempre più forte.
"Krishdar!" gridò e la lama esplose di fiamme accecanti e sembrò guizzare viva nelle sue mani. Shai rimase pietrificato nel riflesso baluginante del fuoco, la sua mente del tutto allo sbando davanti a un tale prodigio.
Morì quasi senza accorgersene, quando la luce bianca gli precipitò addosso di schianto.
Trascorsero lunghi momenti prima che nella sala comune qualcosa si muovesse. Adrian rimase fisso nella contemplazione della sua arma, godendo dell'energia e della potenza che se ne sprigionavano. Poi conobbe all'improvviso la parola di magia capace di porre fine a quel prodigio.
"Shanti," sussurrò e le fiamme si estinsero. Le ombre smisero la loro danza impazzita e ci fu di nuovo soltanto la luce soffusa del focolare e delle poche lanterne. L'oste era in ginocchio, ancora atterrito, mentre la moglie gli si stava avvicinando per confortarlo. Per Edo era tutto normale, era ancora seduto al tavolo e guardava Adrian senza alcuna espressione. A vederlo pareva che non fosse accaduto niente di strano.
Adrian si sentì immensamente stanco, come dopo un orgasmo. Rinfoderò la spada e fece cenno all'oste di sedersi. Poi andò verso Edo.
"Sapevi che era un traditore?" gli chiese con un filo di voce. Quello lo guardò fisso: "No," rispose.
"Potevi aiutarmi," osservò Adrian.
"Non avresti voluto," commentò secco Edo, "nessuno vuole essere aiutato per non dover nutrire dubbi in se stesso."
Adrian si sedette pesantemente: "Va` a prendere l'oste. Dobbiamo interrogarlo."
Il pover'uomo non aveva neanche tentato di fuggire. Prima l'aggressione, poi quell'incredibile duello l'avevano lasciato senza forza. Era terrorizzato. Edo lo buttò su una sedia accanto a Adrian e si rimise al suo posto, impassibile.
Raccontò loro tutto, per filo e per segno, singhiozzando e implorando pietà per sé e per la famiglia. Non era un uomo d'azione, era solo un oste che si trovava intrappolato in qualcosa di troppo grande per lui. Adrian si fece spiegare dove aveva avuto luogo l'imboscata e dove avevano dirottato la carovana. Poi disse all'oste di chiamare le sue due figlie.
La moglie scoppiò in lacrime.
"Preferisci che vi uccida tutti, stupida? Le ragazze verranno con noi per assicurarci che non ci tradiate e se saprete tacere le rivedrete sane e salve. Altrimenti...
E adesso portaci da mangiare, subito!"
La donna rimase immobile, lo fissava con occhi sbarrati scuotendo la testa. Adrian trasse il pugnale e lo accostò alla gola del marito, dove un livido testimoniava dell'aggressione precedente: "Forse non mi sono spiegato... Manda le tue figlie a servirci la cena o sei vedova. Per poco."
Con un grido strozzato l'ostessa corse in cucina. La sentirono chiamare a gran voce le ragazze. Intanto Adrian chiese all'uomo se avesse dei servi, ma quello fece cenno di no. Era una locanda povera. Dopo pochi minuti arrivarono due giovani con dei vassoi, avevano le guance striate di pianto e li guardavano come se fossero demoni. Li servirono senza storie, comunque; erano due ragazze piacevoli, anche se non belle. Sicuramente sprecate in quel buco.
Si era fatta notte. Dopo cena Adrian ed Edo rinchiusero tutta la famiglia in una stanza, seppellirono Shai in una macchia d'alberi poco distante e poi riposarono per qualche ora a turno.
L'indomani partirono all'alba.
Strada facendo, Adrian spiegò alle figlie, Agata e Irene, perché le stessero portando con loro e quanto avrebbero sbagliato ad opporre resistenza o a ritardare la loro marcia. Annuirono entrambe ad occhi bassi e non dissero una parola. Avevano paura, ma sembravano intelligenti. Senz'altro più di Edo, anche se Adrian sospettava di dover rivedere il suo giudizio.
Le sorelle cavalcavano bene, così dopo un paio d'ore arrivarono al punto indicato dall'oste, una stretta gola dalle pareti strapiombanti sulla loro destra. Mentre Edo le sorvegliava, Adrian smontò e si avventurò nel macchione di rovi ed arbusti che pareva rendere del tutto impraticabile il fondo del vallone. Dopo pochi passi ogni ulteriore progresso divenne impossibile: un muro compatto di spine e gramigna si levava in tutte le direzioni. Adrian dubitava che un uomo nelle condizioni dell'oste si sarebbe divertito a mentire per depistarli e prese ad esaminare con più attenzione l'ostacolo. Aveva ragione: si accorse quasi subito che i rovi e le erbacce erano fissati a graticci di canne, praticamente invisibili, che ruotavano su perni come i cancelli dei recinti. Liberò i lacci che li tenevano a posto e con uno spintone ne spostò uno.
Poco oltre mani esperte avevano tagliato un largo sentiero nel folto, che serpeggiava verso nord seguendo il disegno della valle. I rami dei faggi e delle querce si intrecciavano in alto creando una specie di navata che lo rendeva invisibile anche dal colmo delle scarpate che vi si affacciavano. Tracce chiarissime di molti carri e cavalli erano solo l'ultima conferma che Adrian aveva trovato quel che cercava.
Tornò indietro e chiamò gli altri a seguirlo. Quando Agata e Irene videro il sentiero, non riuscirono a trattenere un grido di meraviglia, tanta era la bellezza dello spettacolo e la sorpresa di scoprirlo in quell'intrico. Edo non giunse a tanto, ma, lanciata un'occhiata ai graticci, osservò: "Lavoro da maestri. Non ce ne saremmo mai accorti, senza la soffiata dell'oste."
Adrian gli diede una pacca amichevole, rimontò a cavallo e li guidò verso la tenuta di ser Garant. Secondo il racconto dell'ometto, questa doveva trovarsi un paio di leghe più a nord, alle pendici dei colli Saertili che dividevano le Piane dall'Arco di Costa. Dopo mezza lega dalla gola, il sentiero doveva confluire in una strada più importante, che era la via canonica per i possedimenti del mercante.
Infatti, qualche tempo dopo, i quattro giunsero a un cancello simile a quello scoperto da Adrian all'inizio del cammino. Dopo aver controllato che nessuno giungesse sulla strada, uscirono dall'anfratto segreto e presero un'andatura più veloce. Finché non arrivarono in vista di una magnifica cancellata in ferro battuto sormontata dalla familiare falce stellata di Garant, che si apriva in un muro perimetrale alto circa nove piedi, irto di punte di ferro.
"Bene, eccoci qua!" esclamò allegramente Adrian, "ora l'unico problema è entrare a dare un'occhiata per fare un buon rapporto a ser Irulio. Ti viene in mente qualcosa, Edo?"
"E` rischioso. Li potremmo mettere in guardia." Lapidario come sempre.
"Hai ragione, vecchio mio. Tanto per cominciare, converrà togliersi da qui davanti." Indicò la strada appena percorsa: "Quel boschetto laggiù fa al caso nostro." Voltarono le cavalcature con l'aria più naturale del mondo e si diressero verso un ciuffo d'alberi che ricopriva il versante meridionale di una collinetta poco lontana.
Smontarono al riparo da occhi indiscreti e Adrian ed Edo si acquattarono dietro un masso coperto di muschio per spiare il movimento da e per la villa e decidere sul da farsi. Agata venne verso di loro carponi: "Scusate..."
"Non ora," la liquidò bruscamente Edo. Adrian le sorrise e le fece cenno di aspettare: gli era sembrato che la ragazza gli lanciasse degli sguardi che gli facevano sospettare di piacerle e non voleva trattarla male. Non gli interessava, ma non c'era motivo di essere scortesi. In fin dei conti lei e la sorella si stavano comportando benissimo.
"Veramente..."
"Dopo!" sbuffò Edo e le lanciò un'occhiataccia. Adrian riprese ostentatamente a spiare il cancello. La ragazza ritornò tristemente vicino ai cavalli.
I due cominciarono a discutere sottovoce dei vari modi possibili di ottenere qualche informazione sulla proprietà. Edo voleva spacciarsi per un messaggero da Redos con notizie urgenti relative alla carovana. Ma abbandonò il disegno quando Adrian gli fece notare che, se anche fosse riuscito a imbrogliarli e a filarsela dopo aver dato un'occhiata agli edifici e alle difese, era impossibile che non scoprissero la verità prima del loro ritorno in forze, da lì a quattro giorni come minimo. Quando se ne fossero accorti, avrebbero saputo che il segreto era tradito e avrebbero perfino potuto tender loro una trappola. Magari se la sarebbero presa con il povero oste, che dopo tutto aveva collaborato quasi spontaneamente. O comunque avrebbero portato via le merci, in modo da annullare in tutti i casi i loro sforzi: "Non vorremo mica sprecare tutto questo bel lavoro, no?"
"Saremmo idioti a sprecare tutto questo bel lavoro. Dobbiamo elaborare qualcos'altro," annuì Edo cogitabondo. Adrian propose allora di fingere di essere dei viandanti smarriti con le proprie mogli e di chiedere alloggio per quella notte. Ma Edo gli fece notare che se fosse stato lui il capitano di guardia, non avrebbe dato ospitalità a nessuno. Pazienza per la cortesia, disse Edo, ma trenta carri non si nascondono in cucina! Un capo sano di mente non avrebbe rischiato. Anzi, probabilmente, esagerando con i sospetti, avrebbe fatto catturare gli incauti e poi chissà... Si passò eloquentemente l'indice sulla gola.
"Già," acconsentì Adrian, "bisognerà scavalcare il muro col favore delle tenebre e cercare di non farsi beccare dalle sentinelle." Mentre stava parlando, Agata tornò verso di loro. Si era ormai quasi al crepuscolo. L'ombra tra le foglie si stava tingendo di viola, mentre all'orizzonte il sole stava per scomparire tra veli di cirri incendiati. Era il tramonto di una magnifica giornata. Adrian sussurrò alla ragazza di avere pazienza, che a momenti avrebbero cenato e poi avrebbero potuto coricarsi. Lei lo guardò quasi implorante: "Se..."
"Non-ci-devi-interrompere," scandì Edo glaciale, "chiaro?"
Agata tornò ad accucciarsi accanto a Irene. Aspettarono che i due uomini finissero di confabulare.
Infine Adrian ed Edo si accordarono per un piano da attuare quella notte: erano costretti a legare le ragazze per non rischiare che fuggissero nel buio. Poi si sarebbero spinti ai piedi del muro, avrebbero aspettato il passaggio della pattuglia - l'avevano già scorta un paio di volte, dal loro appostamento - e Edo avrebbe aiutato Adrian a scavalcare. L'avrebbe aiutato poi con una corda a incursione finita.
"Cosa volevi?" chiese sorridendo Adrian a Agata, mentre Edo e Irene tiravano fuori dalle bisacce pane e carne secca e formaggio per una cena fredda. Lei esitò per qualche momento: "Stavate cercando un modo per penetrare nella tenuta di ser Garant, vero?"
"Sì. Andrò stanotte. Perché?"
Lo guardò in modo strano: "Perché io ci sono stata e me la ricordo benissimo. Volevo dirvelo prima che perdeste ore a discutere, ma eravate così impegnati!"
"E ce lo dici così?" esplose Edo, "abbiamo perso ore a pianificare un'incursione inutile e tu..." Si interruppe. Adrian gli aveva lanciato un'occhiata piuttosto eloquente. Prese la mano di Agata e la baciò: "Scusaci. Eravamo troppo concentrati sul problema e... Fa nulla, adesso ceniamo. Domani si parte alle prime luci. D'accordo, Edo?"
"L'unico modo per rimediare è riposarci ora e partire domani prima dell'alba." Era sempre il buon vecchio Edo.


Continua...

Versione TXT

Pagina principale



WebMaster :  Nerival  /