Una musica per strani strumenti - Prima parte

I.

Dalle finestre della Gilda le cime dei Denti apparivano incoronate di stelle nel velluto della notte. La fioca luce della città non arrivava a disturbare le ombre, in quel quartiere, e Nèrival era solito meditare al riflesso danzante di una candela che sembrava accentuare l'oscurità, invece di lenirla. La luna era da poco tramontata e l'unico rumore era il fruscio sommesso del vento del Nord, interrotto ogni tanto dal rullio lontano di un carro: le prime consegne, ancora a notte fonda, quando tutti dormono e l'aria brucia da quanto fa freddo, ma è anche profumata e pura come il cristallo.
Forse era ora di andare sulle montagne, si diceva il bardo, forse era tempo di lasciare i problemi che avvinghiavano come ragnatele e non permettevano di liberare il canto come sarebbe stato giusto. Ora che Indris aveva ritrovato il senno era forse giunto il momento di ritirarsi in alto, fuor di contatto, dove l'aria è sempre pura come alle tre del mattino.
La fiamma si era acquetata. Solo il culmine tremolava, quasi impercettibile. Diffondeva un calmo chiarore in cui la sua sensibilità quasi magica sapeva discernere un'impalpabile filigrana di note: Nèrival era il Maestro della Gilda dei Trovatori di Rig Tirien. Era il miglior musico di Estriana dopo Indris, ma questi era sempre stato restio ad assumere cariche ed a sottomettersi ai rituali della società. Da quando aveva perso la moglie, poi, era impazzito e solo quell'autunno, dopo una lunga follia, era tornato in sé. La sua vena si era arricchita, tuttavia, in quegli anni di buio e la sua musica era ora più limpida e celeste che mai. Nèrival dubitava che sarebbe mai riuscito a convincerlo a prendere il posto che meritava nella Gilda e a Rig Tirien.
Ne dubitava perché anche lui cominciava a nutrire seri dubbi sull'opportunità di restare a capo della corporazione. Sentiva la sua arte affievolirsi come quella fiammella, indomita e condannata, nei giochi di potere, negli scambi, nell'ipocrisia che lo attorniava e che sopportava meno ogni giorno. All'inizio l'aveva trovato un peso facile da portare. Non aveva dovuto far molto per arrivare al posto che occupava ora, perché la Gilda, nonostante tutto, era ancora abbastanza pulita ed i meriti erano il miglior lasciapassare. Ci volevano naturalmente anche altre doti, oltre all'arte, e lui ne era fornito in giusta misura: diplomazia, cortesia, saggezza, lungimiranza. Non era un tipo ambizioso. O meglio lo era talmente da non poter concepire altri strumenti di vittoria che non l'eccellenza.
Il perseguire la perfezione l'aveva modellato e l'aveva cambiato. Gli ardori giovanili si erano trasformati in un fuoco pacato che alimentava senza posa la sua ricerca, mentre molti falsi valori si erano rivelati come tali ed avevano cessato di contare. Questo era accaduto lentamente, naturalmente, come dalla ghianda nasce col tempo la quercia; come Fydria, il vecchio Decano, aveva capito guardandolo negli occhi ed ascoltandolo suonare. Ora le preoccupazioni connesse ai falsi problemi gli risultavano sempre più snervanti e pericolose.
Eppure qualcosa in lui si rifiutava. Qualcosa voleva continuare a combattere ed a rischiare: non per guadagni o onori, ma per dare l'esempio. Nèrival voleva essere un faro per i suoi apprendisti, dimostrare con la sua vita la possibilità concreta dei suoi insegnamenti. Era meglio una romanza degna di un dio o un nuovo cercatore avviato per il mondo? A cosa serviva la musica, senza l'Arte?
Indris, lui sì, era talmente intriso di musica da non esser disposto ad alcun compromesso... Forse era troppo egoista, chissà, ma un talento come il suo dava diritto a quel genere di egoismo che viene dalla consapevolezza del proprio valore. Nèrival sapeva di non valere quanto lui, ma sapeva anche che Fydria aveva avuto ragione a sceglierlo per dirigere la Gilda: nel genio di Indris non c'era spazio per altre preoccupazioni e la corporazione necessitava invece di cure, continue ed amorevoli, anche a scapito della creazione.
Nèrival si alzò e spense la fiammella tra le dita. La luce d'argento delle stelle colò piano dalla finestra, rivestendo la stanza di magia. Avrebbe voluto che Sirya facesse capolino al davanzale, di ritorno dalle sue esplorazioni notturne, per carezzarla e sentirne le fusa sotto i polpastrelli. Amava la sua gatta, la grazia e la libertà della sua esistenza. Gli ricordava gli anni trascorsi, l'uomo che non riconosceva più.
Dormire era sempre più difficile. Non c'era tempo per meditare che di notte e senza quelle ore di dialogo silenzioso la lira restava inerte, solo un misero pezzo di legno. L'abilità nell'arpeggio, la tecnica di composizione non erano niente, solo presupposti. Quel che lui ed Indris e gli altri che erano venuti lungo gli anni condividevano era una forza che sembrava esistere in sé ed usarli semplicemente per manifestarsi. Quel che contava era rendersi trasparenti al suo potere.
"Solo quando capirete che voi ed il vostro strumento siete la stessa cosa sarete maestri," era solito dire Fydria, riprendendo le parole antiche dei predecessori: Tehàd, Yano Pioggia d'Estate, Lùgan il Trovatore e tutti gli altri il cui ricordo e la cui scienza vivevano nelle mura e nei costumi della Gilda. Il bardo e la lira sono solo i mezzi che l'Arte sceglie per celebrarsi e trionfare ed è perciò assurdo che il bardo sia men che umile.
"Si è forse mai visto un liuto borioso come te?" aveva detto Indris anni prima a Godver il Gonfio, che era oggi la luce degli occhi della nobiltà di Estriana tutta, poco prima che il Consiglio di Gilda ne decretasse l'espulsione per aver contravvenuto alle norme che regolavano compensi e prestazioni. Ed aveva avuto ragione, perché come nessuno complimenta la viola o la mandola per un buon concerto, così nessuno dovrebbe complimentare un bardo, o perlomeno il bardo non dovrebbe dar peso alle leziosità ed alle lodi da ignoranti che gli vengono rivolte.
Questo lui lo sapeva, anche se a volte ricordarlo era difficile. Anche Indris e pochi altri.
La gran parte, tuttavia, trovava quell'umiltà troppo dura da imparare e non riusciva a stimare con saggezza il mondo oltre l'Arte. Era per quelli che avevano una possibilità che Nèrival sentiva di dover rimanere al suo posto, nonostante tutto. Molti potevano capire ed il suo sacrificio non sarebbe stato vano.
Inoltre, a parte qualche momento in cui la coscienza di quel che avrebbe potuto creare si faceva viva e dolorosa come una ferita, la sua esistenza era piacevole - inutile negarlo - forse troppo. Amava insegnare, frequentare gente di spirito, suonare per la cittadinanza; amava il suo mestiere e la ricchezza di incontri ed avventure che sapeva intessuta nella vita di tutti i giorni, il nuovo e l'inatteso perpetuamente in agguato dietro l'angolo.
Quella mattina, ad esempio, aveva conosciuto un giovane che gli aveva dato parecchio da pensare. Si era presentato già da qualche giorno ed aveva fissato un appuntamento per incontrarlo a quattr'occhi. Normalmente Nèrival e gli altri insegnanti esaminavano i candidati in gruppo, anche per apprendere cose sul loro saper vivere in compagnia di cui probabilmente neanche loro erano al corrente. Adrian - questo era il suo nome - non aveva accettato la procedura canonica e gli aveva chiesto udienza privata, accennando ad interessi specifici che avrebbe voluto coltivare sotto la sua guida. Nèrival si era reso conto di non trovarsi davanti un allievo come gli altri: dagli sguardi e dalle mezze parole dell'uomo aveva derivato l'impressione che si trattasse di un cercatore di saggezza antica, un adepto di discipline di cui non si parlava più volentieri in pubblico. Era convinto, poi, che non fosse un semplice apprendista alle prime armi.
L'aveva ricevuto in quello stesso studio le cui finestre affacciavano sulle cime dei Denti. Adrian aveva subito confessato di non esser attratto dalla musica in sé, bensì dalle arti che le erano naturalmente correlate e dai metodi di autocontrollo essenziali per una sua pratica di alto livello. Nèrival aveva scelto di fingere incomprensione per degli interessi così fuori dalla norma ed apparentemente di scarsa utilità, mentre in realtà vedeva benissimo dove l'altro volesse andare a parare. Era molto tempo che non si trovava faccia a faccia con quegli studi, pensò con disappunto, i mille impegni non erano stati nocivi soltanto alla sua creatività... Il Potere, però, certe volte, aveva strani modi di richiamare all'ordine.
Fuori la primavera regnava oramai incontrastata. Il disgelo era venuto presto, quell'anno; a metà marzo, tuttavia, il tempo era nuovamente cambiato, facendo temere per i raccolti e per gli argini. Avevano trepidato per un paio di settimane, ma adesso finalmente il pericolo era passato. Il sole splendeva dorato sulla città, baluginando sui ghiacciai lontani come un dio che gioca, e l'aria era impregnata delle essenze del risveglio. Nèrival si alzò e andò alla finestra, camminando a piccoli passi incerti, le mani strette dietro la schiena: l'immagine del dubbio.
Adrian non si fece trarre in inganno. Aveva percepito l'interesse e la comprensione dell'altro al di là della maschera affettata e si limitò ad una storia insapore di studi giovanili con un aio poco ortodosso, di una fa- miglia di piccola nobiltà che stravedeva per lui ed era in grado di pagargli ogni capriccio, di un'ispirazione per un nuovo genere di musica completamente diversa da quella praticata fino ad allora. Era disposto a compensarlo molto bene, se avesse accettato di insegnargli.
Nèrival si girò lentamente. Aveva guardato l'agitazione colorata nella via sotto la Gilda per tutto il tempo in cui Adrian aveva parlato. Abbandonò l'inutile mostra di incertezza e gli si rivolse con tono severo: "Non credo di poter aiutare lungo la Via qualcuno che cerca di ingannarmi. Non credo ad una sola delle tue parole, Adrian di Montefalco: ti esorto perciò a lasciarmi ed a tornare quando non avrai paura di dare voce al tuo cuore."
""Le parole sono un vano battito d'ali nello splendore del sole" è scritto nelle Raccolte di Latha. Perché mi chiedi ciò che sai quando lo hai letto nei miei occhi, Nèrival? Non rispetti il mio segreto come io rispetto il tuo?"
Nèrival, senza dire altro, gli aveva porto la mano.
...un vano battito d'ali nello splendore del sole... Quel vecchio aforisma gli era risuonato nella mente senza dargli tregua per tutto il giorno. Ogni tanto si sentiva un groppo in gola.
I primi riflessi dell'alba si intuivano già dietro i tetti delle case di fronte; le stelle si andavano sbiadendo. L'aria gelida l'aveva quasi intirizzito, ma sentiva in sé il vecchio fuoco familiare. Si sedette sul suo scranno preferito, prese la mandola ed improvvisò un'aria per delle strofe che aveva composto di recente, in un'altra notte molto simile a quella...

Io non ho che pochi sterpi
per celebrare
     col fuoco coloro che hanno tracciato
             comete
verso il sole del Nord

Non sono neanche padrone di una giusta musica
che risuoni sorella al crepitio
perciò non saranno danze intorno al braciere.
L'omaggio arderà nel silenzio
e forse lo udranno
     

in viaggio

perché nel silenzio hanno vissuto
o forse in altre armonie.

Io non ho che pochi sterpi
         

ma una lucida fiamma

può sgorgare da essi senza vergogna
e senza timore innalzarsi

     

Che sappiano che il viaggio continua



II.

La lezione era terminata da pochi momenti. Nell'aria della stanza risuonavano ancora gli echi degli ultimi accordi, mentre gli studenti riponevano i liuti e raccoglievano i fogli di pergamena delle partiture. Il frusciare segreto degli spartiti e gli urti sonori degli strumenti mentre venivano sistemati negli astucci erano tra i rumori preferiti di Nèrival: gli davano un senso di intimità e maestria, gli ricordavano la piacevole spossatezza che seguiva ad un buon concerto. Era soddisfatto dei progressi di quella classe, c'erano degli elementi veramente validi. Rifletteva sui prossimi esercizi che avrebbe assegnato loro, grattando distrattamente la testa di Sirya, che aveva anche lei assistito alla lezione morbidamente acciambellata sulla cattedra: per una questione d'equilibrio era inevitabile che il suo gatto amasse la musica. Raramente Sirya perdeva una delle sue ore d'insegnamento ed era sempre spettatrice delle lunghe prove, compagna delle notti in cui Nèrival componeva.
Heris si affrettò a chiudere la custodia e venne verso Mani di Vento con la faccia di chi ha una richiesta da fare, è convinto che non verrà accettata, ma sotto sotto lo spera. Heris era il migliore della classe e a Nèrival era caro come un figlio. Anche se fingeva con se stesso di non averci ancora pensato, era quello che aveva segretamente scelto per essergli successore. Certo, mancavano lunghi anni alla fine del suo apprendistato; doveva ancora essere iniziato alle più elementari arti riservate ai migliori, ma Nèrival aveva già intuito in lui le qualità che riteneva essenziali per assolvere adeguatamente alla carica. Erano fisicamente tanto diversi quanto erano simili spiritualmente: biondo e chiaro di carnagione Heris, moro ed olivastro Nèrival; l'uno timido e quasi goffo, l'altro estroverso ed agile, flessuoso nei movimenti come un ballerino. Lo sguardo era però lo stesso: acceso d'energia e spesso smarrito in luoghi lontani, brillava del carisma dell'Arte. Erano in pochi, a Tirien, a riuscire a non abbassare gli occhi quando Nèrival li fissava senza finzioni, durante le lunghe ed ostiche riunioni del Concilio in cui si tentava di imbrigliare la forza della Gilda per fini indegni o se ne insidiavano i possedimenti. Lo stesso sarebbe accaduto con Heris, Mani di Vento ne era certo; il suo aspetto inoffensivo avrebbe soltanto accentuato l'impatto con la sua personalità, dandogli qualche carta in più per vincere. Le maschere donate dalla natura valevano quanto un talento.
D'altro canto tutto era maschera, a saper guardare.
"Dimmi, figlio," gli chiese quando Heris ebbe trascorso qualche tempo in impacciato silenzio al suo cospetto, senza decidersi a parlare, "in cosa posso aiutarti?"
Heris si schiarì la voce: "Ecco, Maestro, so che il suo tempo è già insufficiente alle esigenze della Scuola e della musica, ma...
Non so se..."
"Avanti, Heris, cosa potresti volere che io non sia almeno in grado di ascoltare? Se una cosa dev'esser fatta, devi trovare in te l'energia perché questo accada, ricordalo: la forza per ogni azione possibile è in te, devi solo saperla raggiungere. Ricorda l'adagio "Il tuo cuore è vento, ghiaccio, roccia o fiamma secondo il tuo volere, se ne conosci i sentieri". Chiedi senza paura."
"Vorrei chiederle una serenata, Maestro." Gli occhi gli brillarono di quella luce viva, sebbene le guance ardessero di tutt'altro fuoco. Fissò Nèrival per un momento, poi abbassò lo sguardo.
Mani di Vento trasecolò. Non si era aspettato niente di particolare, ma la richiesta di Heris lo sorprendeva; più che altro non vedeva il motivo di tanta ritrosia ed imbarazzo. Che il giovane, dopo tutto, non avesse la stoffa per sostituirlo alla testa della corporazione?
Rimase in silenzio per un pò, cercando di sondare le ragioni dello strano comportamento di Heris, osservandone il disagio crescere di momento in momento.
Poi gli venne in mente.
Liniel.
Ser Armod.
Si accorse di star trattenendo il fiato. Da quel desiderio potevano nascere seri problemi.
L'aula era ormai vuota, gli altri allievi erano sgattaiolati via senza cerimonie, avendo percepito nell'aria qualcosa da cui era il caso di tenersi lontani.
"Una serenata per chi?" chiese infine Nèrival, più per prendere tempo che per altro.
Heris aspettava quella domanda con terrore da giorni, ma le parole del maestro gli avevano schiarito la mente. Usò la paura che gli chiudeva la gola come un'arma. Inspirò profondamente, levò gli occhi e scandì senza fretta: "A damigella Liniel di Rivalta, signore."
I timori del bardo si stavano rivelando assolutamente infondati. Nel momento di sospensione che seguì le parole di Heris, una parte di Nèrival esultava perché vedeva confermate tutte le sue tesi. Il ragazzo aveva carattere. Il ragazzo era in grado di prevedere con precisione le conseguenze di un'azione e, ciò nonostante, aveva lo spirito di intraprenderla, se il cuore lo spingeva.
A parlare così era la mente saggia di Nèrival.
Quel che diceva la mente politica era tutt'altra cosa.
Ser Armod di Rivalta era un personaggio pubblico assai in vista a Tirien. Ricchissimo possidente, le sue tenute si stendevano per leghe nelle fertili campagne verso Yorda; il feudo di Rivalta era da sempre il cuore delle sue terre, il centro da cui la famiglia di cui Armod era l'ultimo esponente aveva mosso i passi che dovevano portarla prima al principato, poi a mettersi a capo di un complotto che era stato esca alle guerre che avevano portato alla costituzione della Libera Città di Rig Tirien ed all'abolizione dei privilegi e dei titoli nobiliari. Il principe Armod era diventato un semplice messere - o meglio, Ser Armod, perché non bastava una legge per abolire la diseguaglianza - ma non aveva smesso di accarezzare i sogni di grandezza dei suoi antenati. Si mormorava che fosse a capo di una società segreta che tramava per la restaurazione della monarchia, ovviamente nella sua persona.
Era impossibile credere che un tipo simile, ossessionato dalle forme e dall'etichetta, avrebbe accettato di buon grado un genero cantastorie.
Le chiacchiere volevano che Liniel ed Heris si fossero conosciuti l'anno prima in occasione del concerto-saggio che gli allievi organizzavano per le feste di Mezza Estate. Lei sedeva in prima fila accanto al padre; Heris era caduto nel viola dei suoi occhi appena salito sul palco ed aveva suonato solo per lei, raggiungendo livelli di maestria degni dei migliori trovatori. Liniel aveva scoperto di apprezzare quell'omaggio molto più dei gioielli e delle magioni che le offrivano i suoi abituali corteggiatori e si era innamorata di lui. Si diceva che da allora fossero riusciti a vedersi poche volte in gran segreto ed avessero però coltivato il loro amore con la stessa cura dei più insigni giardinieri. Poi, per una stupida frase di una dama di compagnia, Armod aveva scoperto tutto.
Con una magistrale esibizione di autocontrollo e diplomazia, il signore di Rivalta si era limitato a proibire altri contatti tra i due giovani ed a promettere la ragazza in sposa al rampollo di una casa di Rig Metra con cui intratteneva importanti rapporti commerciali. Si mormorava che, in uno scontro privato con Liniel, Armod avesse profferito minacce ed una serie di battute insultanti verso la Gilda ed i suoi membri; di queste opinioni non vi era però alcuna traccia nei suoi comportamenti pubblici ed i capi della Corporazione non vi avevano dato gran peso. A dire il vero, Nèrival - probabilmente troppo preso da altri problemi - aveva liquidato tutta la storia come serveggio di comari. Ora, invece, eccone la conferma e la disgraziata prospettiva di una scelta tra due vie egualmente dannose.
"Da quel che sento, non credo che la damigella faccia parte di una famiglia che apprezza le nostre arti, Heris. Ho torto?"
"Lei adora la musica, signore, e vi stima immensamente. Suo padre però, no, non è affatto della stessa opinione," rispose Heris, riuscendo a mantenersi calmo. Nèrival vedeva tuttavia il suo autocontrollo vacillare, l'energia e la paura alternarsi sulle sue guance.
"Sai che spesso l'opinione di un padre vale più di quella della figlia, in questo mondo. Non so come potrei accontentarti senza offendere Armod. E poi, perché?" Da quella brutta storia bisognava salvare il salvabile: che fosse almeno una lezione di vita per il ragazzo.
Nèrival non aveva dubbi in proposito: non poteva mettersi in ballo, neanche per l'affetto che provava per Heris. Se fosse stato un menestrello qualunque non avrebbe esitato un istante, ma se fosse stato un menestrello qualunque Heris non si sarebbe rivolto a lui. Non credeva che l'apprendista stesse invocando da lui qualcosa di più di una bella serenata. Non sapeva nulla di quel che la musica poteva fare, se non, forse, quelle storie che i novizi si sussurravano a notte nelle camerate: Heris voleva che lui usasse contro Armod quello che lui rappresentava, il prestigio ed il potere della Gilda dei Trovatori.
Nèrival non poteva rischiare di nuocere alla corporazione per un motivo in fondo così futile. Gli equilibri in gioco erano delicati. Un nemico come Armod poteva colpire in mille modi ed il clima che regnava a Tirien in quegli anni era tutto a suo vantaggio. Sentiva sempre più spesso discorsi sull'inutilità delle Belle Arti, fronteggiava sempre più spesso manovre contro la Gilda che originavano da una lettura dei bisogni umani mistificata ed inaridita: non poteva compromettere anni di diplomazia con un gesto così plateale e comunque inutile. Non era Indris.
Heris col tempo avrebbe capito.
"Perché la amo più della mia arte e della mia vita, signore. Perché il vostro intervento potrebbe cambiare il padre... Voi siete una leggenda: se si sapesse in giro che avete cantato per lei, Armod non potrebbe non tenerne conto. Forse cambierebbe idea, forse..." Le frasi si accavallavano. Heris aveva capito, ma non sapeva rassegnarsi. Voleva usare tutte le carte che aveva e cercava di non dargli tempo di rispondere. Era congestionato, aveva le lacrime agli occhi. Nèrival avrebbe voluto abbracciarlo, avrebbe voluto cantare per lui e per il suo amore, ma non poteva. Era invischiato in un gioco in cui gli restava poco spazio, poco respiro. Si costrinse ad usare una voce dura.
"Armod non è tipo da lasciarsi commuovere da una bella canzone e le conseguenze di un gesto simile sarebbero gravi per tutta la Gilda. Puoi anche ritenere che una donna valga più del tuo talento, ma pensi che valga più di tutto questo?" Fece un ampio gesto, a comprendere l'aula, il cortile assolato e gli altri edifici della Casa. Aveva alzato la voce suo malgrado, in una reprimenda che non sentiva nel cuore, ma che riteneva utile. Sirya levò la testa con fastidio, disturbata nel sonno, e lo guardò senza entusiasmo. Aveva gli occhi della sua anima. Nèrival ammutolì.
Le sue parole erano però giunte a segno. Heris fece qualche passo all'indietro. Lo fissò con durezza, gli occhi a un tratto secchi, le labbra una linea sottile ed i muscoli della mascella tesi nello sforzo di dominarsi. Rimase in piedi a qualche metro dalla cattedra e attese in silenzio di essere congedato.
Nèrival si trovò per una volta a corto di parole. Trasse dalla postura di Heris tutti i significati che vi erano inscritti e dell'ostinazione temeraria ebbe paura. Non per sé, ma per quel che poteva portare al giovane poeta non ancora in grado di valutare appieno le sue mosse. Heris non aveva creduto al suo sogno, o meglio aveva finto con se stesso di non credervi ed ora che le sue previsioni si avveravano aveva rabbia nel cuore, forse odio. Col tempo questo si sarebbe aggiustato, col tempo anche lui avrebbe saputo cogliere quel che di utile nascondevano simili tristi momenti.
Mani di Vento non ritenne opportuno aggiungere altro. Con lo stesso gesto della mano mandò via il giovane e cercò di carezzare Sirya. Il gatto rizzò le orecchie e con un miagolio nervoso saltò giù dalla cattedra. In un attimo, fluido come solo un gatto sa esserlo, fu sul davanzale di una finestra e poi in strada.
Nèrival tornò a chiedersi se non fosse veramente venuta l'ora di andare sulle montagne.


Continua...

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