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Il libro della Forza che Scorre - Prima parte
"1_ Il Potere è una fiaccola eternamente accesa. Se a tratti la sua luce pare rarefarsi e morire è solo perché non vi sono occhi degni di rimirarla.
4_ Invero, il Potere è nascosto in recessi protetti ed a pochi è concesso uno sguardo capace di penetrarne le Maschere."
dalle Raccolte Anonime di Latha, t.II, aforismi 1 e 4
La strada saliva ormai da giorni. Tutt'intorno il paesaggio era mutato quasi impercettibilmente col progredire del viaggio ed ora che Adrian vi faceva caso, lo coglieva di sorpresa. Aveva cavalcato senza prestare attenzione alle contrade che attraversava, inebriato dalla nuova energia che scorreva in lui e della quale cominciava finalmente ad essere padrone. Aveva cavalcato per giorni ed ora, tornato improvvisamente in sé come dopo un'allucinazione, si scopriva in una regione dove non aveva mai messo piede prima: delle pianure alle quali era ormai abituato dal lungo soggiorno a Redos nessuna traccia. Tutto intorno colline a perdita d'occhio, sfumanti in lontananza nell'azzurro di alte montagne selvagge; solo a sud una caligine come un oceano grigio parlava di quelle piane sconfinate che si era lasciato dietro da chissà quanto. Doveva aver superato in mattinata dei campi coltivati, delle vigne cresciute su terrazze di pietre, un borgo di poche case di contadini. Ripensandoci, gli sembrava di aver anche pensato all'opportunità di rinnovare le sue provviste e di domandare quanto mancasse ancora a Rig-Tirien; poi doveva essergli passato di mente. Poco male! Gli restava abbastanza per quella sera. L'indomani si sarebbe fermato alla prima fattoria e poi si sarebbe visto.
Rimase per un pò in contemplazione del magnifico panorama. Provava una serena inquietudine per il futuro, come se lo vedesse spiegare le ampie ali in quell'azzurrità ineffabile verso la quale portava la sua strada. Sapeva, dalle parole del suo vecchio maestro Gwayris, che il Potere, una volta risvegliato, lo avrebbe guidato a prove sempre più difficili e rischiose. Ma non sapeva né quando, né come. Né sapeva dove avrebbe trovato il materiale per continuare a studiare. Sospirò. Non voleva guastare quel momento di eterea bellezza con preoccupazioni sterili; in quei giorni la vita era troppo bella per non andar difesa contro simili, nefaste tentazioni.
Quando il viola del crepuscolo ebbe tinto i picchi lontani, Adrian si distolse e rimontò in sella. Aveva in mente di cavalcare per un'altra oretta e poi di cercare un buon posto per fare campo. Le prime stelle tralucevano nella notte che ormai irrompeva irrefrenabile e cominciava a fare freddo; anche se i giorni della Piccola Estate erano tiepidi e talvolta, come quest'anno, veramente estivi, le notti conservavano un ricordo più preciso di Novembre.
Superata la testa del colle, la strada scendeva serpeggiando in una valletta che correva verso nord-est. A neanche un miglio da dov'era adesso Adrian cominciava la foresta. Trasse le redini e scrutò attentamente la coltre d'alberi. Era fortunato. Da qualche parte a un paio di miglia all'interno, una luce e un esile filo di fumo parlavano di una locanda o di una fattoria. Gettò un ultimo sguardo al tramonto cremisi che gli stava esplodendo alle spalle e spronò Kars.
Giunto al fondovalle scoprì che vi correva una pista di una certa importanza. Sebbene fosse già quasi buio, poteva facilmente distinguere i solchi delle ruote di molti carri e l'ampia fascia di terra battuta dai cavalli. Doveva trattarsi della Via delle Graise che continuava ad ovest fino a correre ai piedi di quelle colline brulle, ultime guardiane del fertile Sud contro i rigori del Settentrione e la rabbia degli abitanti delle Steppe. La locanda che aveva intuito poco prima sarebbe stata accogliente e ben fornita di vivande e vini che, ora che ci pensava, avrebbe gustato con molto piacere. Giunse in breve alle prime propaggini della foresta, gli zoccoli di Kars affondarono in uno spesso strato di foglie morte ed Adrian si trovò ad avanzare quasi sospeso nell'ombra degli alberi, i tonfi ritmici della cavalcata tanto attutiti da sembrare alieni. Cercava con gli occhi qualche segno della vicinanza della città, ma non riuscì a scorgere cippi che proclamassero la sovranità di Rig-Tirien sul territorio, né steli miliarie; si rassegnò ad attendere l'arrivo alla locanda: non doveva ad ogni modo mancare molto.
Ed infatti dopo neanche venti minuti uscì dalla notte profonda del bosco in una vasta radura inargentata da una mezza luna già alta nel cielo. Ai lati della Via erano stati piantati, come a formare un rudimentale cancello, due pali: la terra alla loro base era smossa di fresco. Davanti a lui la locanda, una Posta importante, un ampio recinto e tre o quattro edifici di legno costruiti da un lato e dall'altro della pista; uno solo era illuminato, due lanterne erano appese ai lati della porta e dal camino si alzava il filo di fumo che Adrian aveva intravisto. A colpo d'occhio sembrava che fosse l'unico avventore per quella sera.
Sulla radura regnava un'atmosfera irreale. Non uno stridere di uccelli notturni o un fruscio di piccoli animali tra le foglie, non una bava di vento o un rumore soffocato di conversazione: solo la coltre lunare e il profilo frastagliato delle cime degli alberi contro il cielo. Adrian era davanti a qualcosa che non avrebbe dovuto essere disturbato e nello stesso tempo si rendeva conto che la sua stessa presenza era un'infrazione in quell'ordine, un'infrazione inevitabile. Delle ali immense sembrarono per un attimo oscurare la luna e lui trasalì, ma non era niente, solo un pò di suggestione.
Arrivato alla locanda assicurò le redini ad un anello e, dopo essersi gettato in spalla le bisacce, entrò. La sala comune era deserta, ma un bel fuoco scoppiettava nell'ampio focolare e le tavole erano preparate per eventuali ospiti. Adrian sospirò di soddisfazione e si andò a sedere vicino al camino, per togliersi di dosso il freddo della notte. Quando si fu accomodato, e ancora nessuno era comparso, non trovò niente di meglio da fare che chiamare ad alta voce qualcuno dell'ostello. Sentì una porta aprirsi e chiudersi in cucina e una voce di donna: "Arrivo! Non mi ero accorta che fosse arrivato qualcuno."
Un attimo dopo dalle tende che separavano la cucina dalla sala sbucò una giovane che si guardò intorno e quando lo vide accennò un saluto: "Salve, viaggiatore, un pò tardi, no? Ormai non aspettavo più nessuno ed ero andata a prender legna... Ad ogni modo una gradita sorpresa: le serate troppo solitarie mi deprimono."
Era una donna sui trent'anni, castana e piuttosto alta. Portava una camicia rossa sblusata e dei pantaloni verde-marrone aderenti che finivano in alti stivali di cuoio morbido. Aveva un corpo che era un piacere guardare e dei lineamenti non troppo regolari, ma attraenti; era bella, eppure c'era in lei qualcosa di stonato, la luce dei suoi occhi aveva un che di minaccioso, dissimulato ad arte sotto un'espressione cortese. Ora, mentre avanzava verso di lui, sorridevano solo le labbra. Lo stava soppesando, stimando, anche se lui non avrebbe saputo spiegarne i motivi.
"Sei arrivato senza problemi?" gli chiese rigirandogli il bicchiere.
"Perché, avrei dovuto averne?" rispose lui, rendendosi conto di non essere riuscito a dissimulare l'ostilità bene quanto lei. Cercò subito di rimediare. Le sorrise ed aggiunse: "Non dev'essere una zona troppo pericolosa, se puoi mandare avanti una locanda da sola."
"Oggi è un caso. Gli uomini sono dovuti andare a Tirien perché c'era assemblea e io sono sola fino a dopodomani. Cosa vuoi mangiare?"
"Qualcosa di caldo e sostanzioso: carne, se ne hai. E un bel boccale di sidro. Ho una fame da lupo. A proposito: è lontana da qui Rig-Tirien?"
"È lì che sei diretto?" Tolse il bicchiere dal tavolo e tornò verso la cucina. Il cambio di prospettiva le donava.
"Sì," rispose alle tende che si erano richiuse alle sue spalle Adrian, "a quanti giorni di cammino è?"
"Tre giorni se non hai fretta; altrimenti puoi farcela in uno e mezzo, due al massimo. Perché vai a Tirien?"
Era curiosa come una scimmia! Si tenne sulle generali: "Mi piace l'aria di montagna. Ma cosa mi dicevi dei pericoli, qui intorno?" Stava pensando ad un luogo di provenienza plausibile, tanto era sicuro che prima o poi glielo avrebbe domandato.
"Devi venire da lontano se non ne sai niente... Vero?"
Quasi gli venne da ridere. "Vengo da un villaggio delle Pianure. Avevo un pò di terra, ma un bel giorno ho deciso che non faceva per me e sono partito. A Tirien spero di trovare un lavoro, intanto, poi si vedrà."
Uno dei difetti di Adrian era proprio il gusto dell'invenzione elaborata, che a volte lo metteva in situazioni a dir poco imbarazzanti. Gli piaceva crearsi delle storie alle spalle, ma siccome le componeva a braccio, man mano che parlava capitava che dimenticasse qualche dettaglio, che invece rimaneva impresso negli ascoltatori. Quando poi qualcuno lo rievocava o gli faceva domande in proposito lui cadeva dalle nuvole, si arrampicava sugli specchi e giurava a se stesso di non farlo mai più. E ci ricascava puntualmente.
"Che sai fare? Abbiamo giusto bisogno di gente, qui."
"Me la cavo a intagliare il legno; e poi mi intendo di terra e di colture, naturalmente. Dopo tutti questi anni... Ma questa zona è pericolosa?"
"Capitano delle bande di briganti. Vengono da ovest, la Terra Vuota oltre i confini di Tirien e non si riesce a prevenirli. Piovono su questa regione, la razziano e poi spariscono. Per fortuna non succede spesso, altrimenti qui sarebbe invivibile. Tu, comunque, mi dicevi che sei arrivato senza problemi, perciò..."
Si sentì d'un tratto rumore di molti zoccoli e la frase rimase sospesa. Adrian pensò con piacere che la donna avrebbe avuto altre vittime da tartassare e l'avrebbe lasciato mangiare in pace. Lei uscì dalla cucina con in mano un boccale e una scodella fumante: "È la serata dei ritardatari, a quanto pare."
Glieli posò davanti. Nel farlo si chinò verso di lui, offrendogli una vista dei suoi seni che la profonda scollatura della camicia non faceva che accentuare. Sussurrò: "Senti..."
E ad un tratto Adrian se la trovò seduta accanto, la punta di un coltello che gli pungeva un fianco. "Stai molto attento a come ti comporti, bamboccio, o mi toccherà spegnere i tuoi sogni di gloria. Mangia e chiacchiera come se niente fosse. Non so come hai fatto a superare le Parole di Terrore che avevo messo a guardia del sentiero, ma il mio pugnale è tutta un'altra cosa."
Intanto un uomo con un grembiule di stoffa grezza era uscito dalla cucina e si stava dirigendo verso la porta. I ritardatari stavano smontando da cavallo, si sentivano esclamazioni di sollievo e battute. E poi passi sugli scalini di legno. L'uomo aprì con un sorriso mellifluo e si fece da parte inchinandosi per far entrare i nuovi arrivati.
Adrian si era riavuto dalla sorpresa. Quella donna era incredibilmente agile e sicura di sé: un pò troppo, forse, vista la facilità con cui aveva creduto alle sue parole. Ora gli sorrideva come quando era entrato, la minaccia che le scintillava negli occhi, ma il contatto col suo corpo gli rivelava che non era tesa, né preoccupata: non lo stimava un pericolo, per lei era solo routine.
"Spero abbiate preparato gli alloggi per l'ambasciatore di Yorda," stava dicendo uno dei viaggiatori, un soldato con una strana uniforme e troppo oro per non essere il capo della scorta.
Dei tonfi sordi e dei nitriti di terrore lo interruppero: l'agguato era scattato.
"È un'imboscata!" gridò Adrian schizzando in avanti e ribaltando il tavolo, "sono banditi!"
Stavolta toccò alla donna restare di stucco: il giovane contadino stupido era veloce quanto lei e rischiava di mandarle tutto in fumo. Si riprese però in un attimo e gli si lanciò contro con un urlo d'odio.
Adrian si rialzò dalla capriola e cercò di sguainare la spada, ma era ancora sbilanciato e la tigre già si avventava. Si dovette tuffare di lato all'ultimo momento e anche così la lama gli passò a un soffio dal viso: quella donna era decisamente pericolosa.
Intanto i soldati si erano ripresi dallo sbigottimento. L'avvertimento di Adrian aveva colto di sorpresa anche gli assalitori - altri erano sgusciati giù dalle scale - ed ora i due gruppi si fronteggiavano: il capo della scorta si era subito precipitato fuori, lo si sentiva urlare ordini.
Stavolta Adrian fu più veloce. Sapendo di non avere tempo per la spada, trasse il pugnale e cercò di coglierla fuori tempo. Non voleva ucciderla: gli sembrava uno spreco, e poi quell'accenno alle Parole l'aveva incuriosito. La urtò con una spalla e la mandò contro una delle tavole imbandite. La donna rovinò a terra in un fragore di cocci infranti e si tagliò una guancia con un vetro; ma si voltò subito, tirandogli contro frammenti taglienti. Lo colse di sorpresa e Adrian non riuscì a sfruttare il vantaggio: dovette arretrare e lei si alzò. Mentre risuonava il primo cozzare di spade i duellanti si fronteggiavano, adesso più cauti, bilanciando i coltelli e muovendosi lentamente in cerchio.
Si studiarono per qualche tempo, fingendo affondi. Fuori, intanto, la battaglia infuriava ed anche all'ingresso non si risparmiavano colpi. Ad un tratto l'uomo col grembiule gridò: "Eylen, non ce la facciamo!" Poi grugnì e cadde.
Eylen sibilò: "Bene, bastardo. Pare che tu sia riuscito a rompermi le uova nel paniere, ma non ti lascerò il tempo di gloriartene."
Si chinò velocemente, come per raccogliere altri cocci da scagliargli contro ed Adrian la caricò, sperando di coglierla squilibrata...Era una trappola.
Lei si spostò all'improvviso a destra e alzandosi gli diede una violenta ginocchiata al basso ventre. Per Adrian le luci si spensero. Eylen gli vibrò una pugnalata verso il cuore; poi, senza voltarsi, traversò di corsa la sala comune e si tuffò fuori da una finestra che dava sul retro della casa.
"Sta rinvenendo," disse il cerusico con voce soddisfatta, "ve l'avevo detto che non era niente di grave, solo un graffio. Quella vipera aveva troppa fretta per fare un buon lavoro."
Adrian aveva un gran mal di testa, gli doleva maledettamente tutto il fianco sinistro e non riusciva a mettere a fuoco niente di quello che lo circondava. Era molto confuso. Lì per lì non riuscì neanche a ricordare dove si trovava; ma quando qualcuno gli passò sotto al naso un'erba dal profumo pungente e piacevole la mente gli si snebbiò alquanto, la vista tornò normale e trovò perfino la voce per chiedere: "Dov'è andata?"
"Che fretta! Non vorrà mica correrle dietro, in queste condizioni. Ad ogni modo è sparita nella foresta. I soldati che abbiamo mandato ad inseguirla hanno trovato solo tracce di molti cavalli in una radura a circa un miglio da qui. Li avevano lasciati là. Se li è portati via tutti, verso ovest."
"La Terra Vuota," borbottò Adrian. Ora che era più lucido, si sentiva incredibilmente stanco. Probabilmente era anche la fame. Pensò tristemente alla sua cena sparsa sul pavimento della locanda e, per associazione di idee, riudì la voce di Eylen, ricordò le Parole. Doveva ritrovarla. Fece per alzarsi: "Devo andare ora, finché la pista..." Ricadde a peso morto sul letto, senza fiato.
"Ho parlato di un graffio, ma non deve prendermi troppo alla lettera, giovanotto. Lei ha una costituzione robusta, è sano ed è giovane, d'accordo; ciò non toglie che una pugnalata a un fianco infranga, diciamo, certi equilibri. Avrà bisogno almeno di una notte di riposo e di un buon pasto, se se la sente di mangiare. Domattina vedremo. Andate a preparare la cena," disse, congedando i due aiutanti che uscirono prontamente dalla stanza.
Adrian guardò il suo interlocutore tra l'adirato e il riconoscente. Non riusciva a decidere quale delle due disposizioni d'animo fosse più adatta, anche se sapeva senz'altro quale fosse quella che preferiva: Eylen e le sue Parole potevano anche aspettare. Si sentiva come se fosse stato lui a portare Kars e non viceversa, aveva una gran fame e per di più dubitava di essere in grado di alzarsi da quel letto straordinariamente comodo per soddisfarla. Orientatosi sulla riconoscenza per le cure ed i consigli ricevuti, spostò la sua attenzione sull'uomo. Aveva circa cinquant'anni, pochi capelli e l'aspetto di chi non ha mai patito di stenti. Il viso era quasi tondo, di un bel colorito roseo da bambino, soffuso di un'espressione paziente e bonaria. Portava vesti di un taglio che Adrian non aveva mai visto e nel complesso dava un'impressione di sicurezza e sapienza.
Il cerusico gli sorrise: "Vuole che l'aiuti a scendere giù in sala? Non dovrebbe sentirsi molto in forma."
Adrian assentì: "Lei è molto gentile. Non vorrei che stesse sprecando il suo tempo con me, quando ci dovrebbero essere feriti più gravi."
"Non si preoccupi, i briganti non erano molto abili nel corpo a corpo. Abbiamo perso quattro uomini nei primi momenti dell'agguato, ma dopo il suo avvertimento si è risolto tutto con un paio di feriti leggeri, che ho già sistemato. Piuttosto, come si chiama?"
"Ryan di Navras." Era più forte di lui.
"Io sono Valdo Dosty, Cerusico di Sua Eccellenza Iryo Soder, Ambasciatore Itinerante di Yorda e, ora che la trovo più lucido, le voglio manifestare la più profonda riconoscenza, mia e di Sua Eccellenza e di tutti gli uomini, per il suo coraggio. Senza di lei pochi di noi sarebbero ancora vivi e, quel che è peggio, la missione dell'Ambasciatore sarebbe stata irrimediabilmente compromessa. Andiamo: credo che Sua Eccellenza vorrà esprimerle di persona la sua gratitudine."
Dopo una cena semplice e abbondante Ryan di Navras fu presentato all'Ambasciatore di Yorda che lo ringraziò calorosamente e gli consegnò un documento redatto dal suo cancelliere col quale lo nominava Sodale della Corona. Gli diede poi venti verghe d'oro come segno tangibile della sua benevolenza e promise di segnalare la sua impresa alle autorità di Rig-Tirien. Adrian, dal canto suo, giurò di restare sempre all'altezza dell'alto onore concessogli, si profuse in ringraziamenti ancora più ampollosi di quelli di Iryo Soder e prese poi congedo dichiarando di volere, l'indomani, mettersi sulle tracce della sua quasi-assassina, per tentare di completare l'opera assicurandola alla giustizia di Tirien. Questo non fece che confermare l'Ambasciatore nel suo giudizio di grande stima e nelle intenzioni di raccomandare Ryan ai suoi colleghi della vicina città per un adeguato riconoscimento.
Finalmente si riuscì a andare a dormire.
Il giorno dopo il profondo cielo azzurro della Piccola Estate non era guastato da alcuna impurità. Adrian lasciò un messaggio di buon augurio per l'Ambasciatore ai soldati di guardia e se ne andò, non senza essersi fatto spiegare meglio dove fosse il luogo da cui partivano le tracce. Erano le prime ore del mattino ed il sole non aveva ancora sciolto il velo di brina, quasi di ghiaccio, che la notte aveva steso sulla foresta. Sotto gli alberi ragnatele di cristallo parevano sospese nell'aria intorpidita, si sentivano pochi rumori. Adrian raggiunse senza difficoltà la radura dove i banditi avevano lasciato i cavalli. Eylen - ormai la chiamava per nome - aveva preso con sé tutti gli animali ed era fuggita al galoppo verso ovest. Doveva essere convinta di essere imprendibile per aver scelto di lasciare un segnale tanto chiaro per i suoi inseguitori; ma Adrian in cuor suo era convinto che si sarebbe sbagliata di nuovo. Sentiva di cominciare a conoscerla; ed un simile vantaggio nei suoi confronti era inestimabile: voleva dire poterla prevenire, poter sfruttare i suoi difetti. Dopo il sonno ristoratore della notte, era sicuro che lei fosse il primo segno del potere e la nuova fonte del sapere che cercava. Certo, Rig-Tirien era nota in tutto il continente per la sua Biblioteca e per il gran numero di sapienti che vi convenivano da ogni nazione, attratti dal clima di libertà intellettuale che vi regnava. Lui, però, dubitava che avrebbe potuto trovarvi facilmente il materiale che lo interessava. Quelle arti erano coltivate da pochi e in segreto; la gran parte della gente normale e degli stessi uomini di cultura le riteneva un residuo di vecchi racconti. E questo nonostante Tirien fosse il centro della Schola dei Veggenti! Di conseguenza Eylen era importante ed era importante riuscire a ritrovarla.
Seguì le sue tracce per tutto il giorno, sempre verso ovest. A un certo punto, nel primo pomeriggio, gli parve di scorgere i segni di un paio di nuove serie di impronte che confluivano nella pista della fuggitiva, ma le orme e quel tipo di inseguimento non erano il suo forte e non riuscì ad appurare se avesse ragione o meno. Per scrupolo, comunque, per il resto della giornata avanzò più cautamente: la donna era abbastanza pericolosa da sola, senza bisogno di rinforzi imprevisti.
Verso sera, però, si imbatté in qualcosa che era troppo chiaro per poter essere frainteso: a gettarsi all'inseguimento di Eylen erano stavolta molti cavalli, i cui ferri portavano inciso lo stemma di Tirien: la torre con il sole. Una pattuglia di confine l'aveva intercettata. Fortuna che i briganti razziavano e poi sparivano!
Adrian era furioso. Cominciò a temere di aver sopravvalutato la donna e l'occasione; visto che era arrivato così lontano, comunque, tanto valeva continuare. Dopo poco uscì dalla foresta - che si andava diradando già da qualche tempo - su un gran prato in fondo al quale, a un paio di miglia, cominciavano delle morbide colline. Sull'erba la pista era ancora più chiara. Quando arrivò alle colline era quasi buio. Era deciso a superare la prima e a cercarsi poi un buon posto per la notte: stava tornando il freddo e si sentiva di nuovo stanco; ma al colmo del colle la giostra di impronte gli disse che i soldati l'avevano raggiunta. Adrian smontò e alla luce di una torcia esaminò meglio i segni e l'erba calpestata. Ebbe fortuna, per modo di dire: trovò delle tracce di sangue già secco e identificò il luogo dove i soldati avevano fatto una breve sosta prima di ripartire verso nord-est, verso Rig-Tirien.
Le alte montagne innevate erano molto più vicine. Rig-Tirien sorgeva su un colle proprio ai piedi dei primi contrafforti delle grandi catene dell'interno, cinta da mura poderose costruite ormai da molti secoli. Si sapeva di essere vicini alla meta già da molte miglia prima, perché se ne avvistavano le guglie e gli acuminati tetti delle cento torri, di una nera pietra lucida caratteristica di quella regione che rifletteva il sole in lampi abbaglianti.
Adrian vi arrivò tre giorni dopo aver scoperto la sorte della sua preda, di buon mattino. Sentiva che il bel tempo era alla fine dal brivido gelido che si celava nell'ultimo tepore dell'aria; non era affatto di buon umore. Era quasi sicuro che la giustizia di Tirien gli avesse già sottratto Eylen, la ferita che lei gli aveva inferto gli faceva piuttosto male ed era arrabbiato con se stesso per la leggerezza con la quale aveva deciso di considerare la donna un segno del potere e non un incidente di cammino come tanti altri. Si sentiva un principiante goffo e pasticcione ed era la sensazione che più odiava al mondo.
Così la vista della città, sfavillante nell'oro del sole, non valse a migliorare la sua disposizione d'animo; ed il lontano rullo di tamburi lo rese ancora più nervoso: che altro diavolo succedeva?
Adrian aveva raggiunto il Campo da Basso ai piedi del colle della città, dove confluivano le tre importanti vie delle Graise, Portuense e Carovaniera del Nord, provenendo da prati senza sentieri, sempre sulla pista della pattuglia. Lasciate le colline, aveva viaggiato per quasi un giorno in una campagna piatta, interrotta solo raramente da basse ondulazioni: viti ed alberi da frutta, molti campi già preparati a maggese per l'inverno. Tutto aveva l'aria di essere molto curato, eppure non si vedeva nessuno. Quando era arrivato in vista della strada aveva tirato con malagrazia le redini di Kars e si era fermato per un attimo, interdetto. Ecco dov'erano tutti!
La salita alle porte brulicava di gente e tutte le Vie, a perdita d'occhio, erano nelle stesse condizioni: ci doveva essere una fiera o una festa importante di cui non era a conoscenza. Proprio quello che ci voleva, una bella calca puzzolente e posto in locanda neanche a pagarlo a peso d'oro! In un attacco di saggezza, comunque, decise di fare buon viso a cattivo gioco e si incamminò lentamente verso la lunga fila di contadini, mercanti e gente di ogni risma che saliva alla città.
Le porte erano spalancate, la milizia in uniforme verde e oro guardava passare il flusso ininterrotto senza domande, indolentemente. Nella piazza retrostante un araldo vestito di bianco e di viola, con un candido copricapo a cuffia stretto alla fronte recante l'emblema della città, ripeteva il suo messaggio alla folla di visitatori: "Udite, udite! Il Concistoro di Rig-Tirien vi dà il benvenuto alla Città delle Cento Torri, in questa occasione di festa e commercio. Essendo questa notte la Notte dei Colori si fa proibizione ai bottegai e ai mastri artigiani di Dentro di porre mano ai loro mestieri, affinché alcuno sia distratto dal Recinto di Fiera.
A un'ora al tramonto ogni attività dovrà cessare ed ognuno converrà al Quadrato di Meridiana dove la Compagnia del Teatro della Torre metterà in scena degli antichi brani del Codice delle Maschere.
Il Concistoro ha disposto poi che al Recinto di Fiera vengano imbandite tavole per tutti, ospiti e cittadini, e si ceni tra musiche e canzoni.
All'ora seconda di notte, su di un palco eretto davanti alla Casa della Città, verrà suppliziata la ladra e assassina Eylen Kadras, rea tra l'altro dell'attentato alla vita dell'illustrissimo ambasciatore di Yorda, Iryo Soder. La condanna a morte verrà eseguita dopodomani mattina alle Mura di Dolore.
La Schola dei Veggenti ha stimato, infine, l'Avvento dei Colori intorno all'ora quarta di notte."
Adrian si era fermato ad ascoltare il banditore più che altro per scoprire quale fosse il motivo di tanto trambusto. Quando l'aveva sentito menzionare la Notte dei Colori si era improvvisamente ricordato che quello era uno dei motivi per cui aveva deciso di venire a Tirien: gli ultimi avvenimenti gliel'avevano fatta scordare del tutto. Sapere di essere ancora in tempo l'aveva quasi rappacificato con se stesso; sentire che Eylen era ancora viva, anche se per poco, aveva sancito il ritorno all'amicizia e al buon umore.
Aveva decisamente parecchio da fare, ma la cosa senz'altro più urgente era trovare una stanza. Iryo Soder si era raccomandato che lo raggiungesse all'ambasciata, ma Adrian voleva essere libero nei movimenti e la breve parentesi alla locanda l'aveva convinto che l'etichetta di Yorda non gliel'avrebbe permesso. Sarebbe passato a trovare l'ambasciatore e il suo cerusico a cose fatte. Non aveva ancora idea di che cose sarebbero state, ma prevedeva che la copertura di Yorda gli avrebbe fatto comodo.
Viaggiava da troppo per non sapere come fare a trovare un buon alloggio. Prese un'aria altera, lanciò un pezzo d'argento a un ragazzo che passava e lo interpellò imperiosamente: "Dov'è il miglior albergo di Tirien, moccioso?"
"Al Quadrato di Meridiana, signore," rispose l'altro quasi balbettando, intimorito dal contegno di Adrian, "è la Scala di Mezzogiorno. Se segue il Corso non può sbagliare," aggiunse indicandogli una strada piuttosto ampia, pavimentata da lastre di pietra bianche e nere.
"Avranno di che accudire il mio cavallo, spero..." continuò Adrian, che come al solito ci stava prendendo gusto, con lo stesso tono odioso.
"Senz'altro... Beh, penso di sì, cioè..."
Una domanda troppo difficile, evidentemente. Guardandosi bene dal ringraziare, Adrian lasciò il confusissimo ragazzo al suo dilemma e si avviò verso l'albergo.
Sembravano tutti nomi esotici, ed invece erano tra le definizioni più accurate e prosaiche che si potessero immaginare. Il Quadrato di Meridiana era una grande piazza al centro della città, lastricata di marmo bianco. Nella parte meridionale era stata tracciata, nella stessa pietra nera che coronava le spire ed i tetti, una meridiana; lo gnomone era la torre più alta di Tirien, non per nulla chiamata Torre delle Ore, che si alzava parecchi edifici più a nord, ma che grazie ai suoi quasi duecento piedi d'altezza non aveva difficoltà a proiettare la sua ombra acuminata sulla scala oraria. Nello stesso spirito, la Scala di Mezzogiorno doveva il suo nome al fatto che i gradini d'ingresso si trovavano perfettamente allineati con il mezzodì della meridiana.
Per fortuna i tanti vagabondaggi di Adrian non l'avevano ancora reso insensibile al fascino del nuovo; il gusto di incontrare usi e abitudini diverse era ancora forte e piacevole e lo spettacolo di quello spiazzo candido con la lunga ombra che segnava allora l'ultima di mattina toglieva il fiato.
L'albergo era effettivamente di gran classe. Era facile accorgersene dai pannelli di legno intarsiato che ornavano l'ingresso e dai folti tappeti sparsi dappertutto; ancora più facile era realizzarne la levatura sentendo i prezzi: cinque Ecumeni di Tirien al giorno. Neanche un mese prima per una tariffa del genere Adrian avrebbe rischiato l'infarto; ora si limitò ad inarcare un sopracciglio e a gettare pigramente una verga d'oro sul banco della ricezione. Prenotò un appartamento all'ultimo piano per una settimana, dicendo al portiere che i suoi bagagli sarebbero arrivati di lì a qualche giorno e di aver cura di riceverli in sua vece se lui fosse stato assente. Si informò circa la banca più affidabile della città e vi si recò subito, senza neanche salire a vedere le stanze. Lasciò detto di preparargli un bagno caldo.
Le banche, chissà perché, erano aperte nonostante il clima di festa. Presa una cassetta, Adrian si liberò con sollievo dei diamanti e di buona parte delle verghe, tenendo con sé giusto quanto gli serviva per mantenere la facciata di mercante abbiente che aveva deciso di adottare per quei primi giorni. Poi andò a godersi il bagno.
Dopopranzo andò a fare quattro passi al Recinto di Fiera. La Fiera dei Colori era rinomata in tutto il continente per l'imponente giro d'affari cui dava occasione; sebbene la Notte dei Colori non capitasse mai lo stesso giorno dell'anno, i montanari delle catene settentrionali sembravano in grado di prevederla con la stessa accuratezza dei Veggenti ed erano ogni volta puntuali all'appuntamento. Portavano con sé prodotti altrimenti introvabili e molti dei maggiori mercanti di Metra, Redos ed addirittura Cathaeth si mettevano in viaggio con notevole anticipo pur di essere in tempo per l'avvenimento: grandi ricchezze passavano di mano e chi aveva fiuto e sapeva contrattare poteva facilmente fare fortuna. Naturalmente una simile situazione attirava anche esperti di un altro genere; ma le nutrite schiere di guardie del corpo, i mercenari di Esin e la Gente di Fiera, una polizia speciale che aveva per solo compito la protezione dei clienti e dei venditori rendevano loro la vita molto difficile.
Adrian aveva sentito molte storie sulle merci rare che si trovavano solo a Tirien, una delle quali lo interessava particolarmente. Girellò per la Fiera apparentemente a casaccio, finché non trovò la parte riservata ai droghieri e agli erboristi. Sapeva di una certa miscela con la quale avrebbe potuto domare la bella Eylen, se fosse riuscito a rapirla dalla prigione.
La contrattazione con lo speziale fu lunga e dolorosa. Il ruffiano sapeva perfettamente di essere l'unico sulla piazza a disporre di quello specialissimo articolo e aveva mangiato la foglia e tutto l'albero circa il tipo d'impiego che voleva farne Adrian. Questo riduceva tristemente le sue possibilità di manovra; alla fine dovette cedere praticamente su tutto, pagando ben mezza verga per quel che gli serviva. Riuscì soltanto a farsi regalare una sacca di buon tabacco aromatizzato per la sua pipa e fu già un ottimo risultato.
"Signore..." Si sentì tirare timidamente per una manica. Era il ragazzo al quale aveva chiesto dell'albergo; Adrian era contrariato per aver perso la disputa con l'erborista, lo guardò con una smorfia di disprezzo e gli chiese sgarbatamente: "Cos'altro vuoi, tu?"
Disse "tu" come avrebbe detto "imbecille".
L'altro si ritrasse davanti a un'accoglienza così gelida, ma non si arrese. Lo guardò con occhi da cane:
"Ecco, beh... Mi chiedevo se il signore era stato soddisfatto dell'albergo che ho avuto l'onore di indicargli."
"Passabile. Allora? Non ho tempo da perdere."
"Mi chiedevo..."
Adrian lo interruppe con un ghigno veramente antipatico: "Non ti faranno male, tutte queste domande?"
Il ragazzo sorrise servile: "Insomma, mi sono detto che forse il signore avrebbe avuto bisogno di altre informazioni. So molto di quello che succede a Tirien."
Il giovane alludeva pesantemente. Adrian lo soppesò a lungo con l'espressione di spregio di chi non crede a una sola parola di quel che ha appena sentito ed il poveretto parve restringersi sotto il suo sguardo. Ma non si arrese. Aveva più stoffa del previsto.
"Al signore potrebbero servire cose difficili da trovare," era vagamente implorante, ma continuava ad alludere, "qualcuno che lo servisse fino all'arrivo dei suoi domestici..."
Dopotutto poteva tornargli utile. Acconsentì quasi controvoglia, gli diede un altro pezzo d'argento e gli disse: "Fatti trovare domani a seconda di mattina al posto dove ci siamo incontrati stamane. E lavati, che appesti!"
Il ragazzo afferrò la moneta, raggiante, e fece per gettarsi nella folla. "Ah..." chiamò Adrian.
"Sì?" si voltò di scatto.
"Come ti chiami?"
"Trio. Mio padre era un patito di musica sacra," aggiunse subito, vedendo l'espressione perplessa di Adrian.
"Anzi che non ti ha chiamato Coro," commentò sarcastico.
"Quello è mio fratello, signore."
"Lascia perdere. Sparisci."
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