Il libro della Forza che Scorre - Seconda parte

Alla seconda di notte una folla compatta era assembrata davanti al palco del supplizio. Prevedendo la cosa, Adrian era già lì da un'ora buona. Tra una battuta e l'altra era riuscito a raccogliere parecchie informazioni utili: Eylen sarebbe stata flagellata e poi le sarebbe stata pubblicamente letta la condanna a morte; l'avrebbero sospesa nella gabbia due giorni dopo all'alba alle Mura di Dolore, la parte delle fortificazioni che affacciava sul Campo da Basso; le celle della morte erano all'ultimo piano della Torre delle Ore.
Adrian aveva subito apprezzato ad alta voce il delicato pensiero di permettere ai condannati di seguire attimo per attimo lo scorrere dei loro ultimi giorni. La cosa era stata commentata con ilarità da un crocchio di cittadini che non vedeva l'ora che lo spettacolo cominciasse.
"È tutta filosofia," disse uno, "non significa affatto che sono una massa di carogne. Uno osserva, si pente e muore riconsolato."
"Vero, Dorin. Strano che non li appendano proprio alla Torre, per farli meditare fino alla fine."
"Non è elegante, soprattutto quando cominciano a venir giù i brandelli. E poi tutto il fracasso che fanno i corvi quando mangiano," disse ammiccando un terzo. "Non mi dispiacerebbe essere un corvo quando appenderanno Eylen."
"È proprio bella come dicono?" lo stuzzicò Adrian, sempre curioso di scoprire fino a che punto potesse arrivare il cinismo della gente.
"Anche di più, amico," gli rivelò quello che ammiccava, "parola di Krad! Adesso la vedrai, la metteranno a torso nudo per frustarla. Perché credi che sia qui, tutta questa gente? È uno spettacolo da non perdere. Certo, è veramente uno scandalo che debba finire così, potevano darla a noi, ce ne saremmo occupati volentieri, ah, ah, ah!"
Ammiccava talmente da sembrare un mascherone. Gli altri scoppiarono in grasse risa e lo bombardarono di pacche sulle spalle.
Poi la portarono sul patibolo.
Indossava una tunica rossa lunga fino ai piedi e i capelli sciolti sulle spalle. Nella luce danzante dei bracieri che illuminavano il palco sembrava più una sacerdotessa che una criminale da suppliziare. Con lei salirono il boia e quattro soldati in alta uniforme: giaco di maglia scintillante, calzoni stretti bianchi e mantello viola scuro, le spade al fianco e armati di alabarde.
Al centro del patibolo erano stati alzati due pali che alla base e in cima avevano dei lacci di cuoio. L'uomo incappucciato fece cenno a Eylen di togliersi la tunica. La folla trattenne il respiro. Aveva indosso solo un perizoma essenziale, i bagliori sembravano vestirla di fuoco: aveva veramente un corpo perfetto. Il boia le strinse i lacci ai polsi e alle caviglie. Lei lo guardava con disprezzo.
Cominciò a frustarla. I primi colpi lasciavano solo ombre appena più scure sulla pelle abbronzata. Poi, nonostante si mordesse le labbra per non gridare, non resse più: ogni nuovo schiocco del pesante flagello le strappava un urlo di dolore, le lacerava la pelle. Il sangue le correva per la schiena, giù per le gambe. Era scossa da spasmi incontrollabili. Poi svenne.
Un magistrato salì sul patibolo, fece un cenno al boia. Questi prese un secchio d'acqua e bagnò il viso di Eylen, finché non tornò in sé. Allora l'uomo togato le lesse la sentenza e comandò che rimanesse esposta fino all'alba ad esempio.
Era ormai l'ora. Le prime venature nel nero della notte annunciavano già l'Avvento.
E come ogni anno, alla fine della Piccola Estate, il cielo notturno cosparso di stelle esplose in un turbinio di tinte ineffabili, accendendosi all'improvviso di bagliori e riflessi che mozzavano il fiato, tanta era la loro bellezza. Le cime innevate che incombevano sulla città, strappate al riposo nell'oscurità, si stagliavano dipinte di cento sfumature contro le vene ed i gorghi dei Colori; tutta la volta celeste era un ribollire di nubi incandescenti, di lampi e strane, magiche prospettive intraviste in un baleno.
A Rig-Tirien non una luce era accesa. Le torri, le case, i visi attoniti della folla raccolta nelle piazze, tutto era bagnato dalla luminosità cangiante che esplodeva in cielo e riverberava sull'orizzonte intero, in un'apoteosi sacrale.
Nessuno parlava. Non c'erano parole o commenti per quello spettacolo. La Notte dei Colori era la festa religiosa più importante dell'anno, molti accorrevano da tutto il continente per testimoniare una volta ancora dell'Avvento. Come era stato ricordato a coloro che avevano assistito alle rappresentazioni teatrali del pomeriggio, in antichi codici era scritto come l'Avvento dei Colori ricordasse agli uomini il momento in cui le Maschere erano state costrette a lasciare la Terra, cacciate dall'odio e dall'orgoglio dei loro prediletti; e mantenesse viva attraverso i secoli la speranza nel loro ritorno per una nuova era di pace e di serenità. E lo splendore soprannaturale della Notte era tale da toccare i cuori degli atei e dei falsi credenti e da riempire di gioia coloro che ancora serbavano vivo in sé il culto dei Padri.
Quando lentamente la fantasmagoria cominciò a farsi più fioca e le stelle ricomparvero tra i veli policromi, una moltitudine di campane riempì l'aria di gioiosi rintocchi in onore degli Dei Nascosti ed i più osservanti si raccolsero al Quadrato, da dove partì una processione con fiaccole verso un santuario ai piedi delle montagne. Poi la gente, scambiate le ultime chiacchiere, se ne andò a dormire, chi a casa, chi in locanda e le strade si fecero deserte, nel brivido ormai invernale delle ultime ore prima dell'alba.
Adrian aveva deciso di approfittare di quel momento per rapire Eylen. Quando l'avessero riportata alle celle in cima alla torre, infatti, raggiungerla sarebbe stato impossibile; ora invece il caso voleva che lui avesse con sé la cerbottana e dei dardi trattati con un potente sonnifero: mettere fuori gioco le guardie sarebbe stato facilissimo. L'avrebbe nascosta in camera sua, poi si sarebbe visto.
Ritornò verso il palco del supplizio, tenendosi ben celato nelle fitte ombre notturne. Nessuno aveva ancora riacceso le torce e le lanterne spente all'Avvento dei Colori. Giunto davanti alla Casa di Città si acquattò e cominciò a prepararsi: trasse la cerbottana dalle pieghe del mantello, scelse due dei dardi meglio acuminati e cominciò ad avvicinarsi al palco decuplicando le precauzioni.
Quando era ormai a portata, i suoi sensi tesi percepirono un rumore che invece sembrò sfuggire alle sentinelle: qualcuno stava tendendo degli archi.
In un baleno il silenzio della notte fu stracciato dal sibilo di molte frecce, delle quali nessuna mancò il segno. I due soldati in alta uniforme caddero senza un suono. Eylen era di nuovo svenuta.
Adrian fece appena in tempo a gettarsi nell'ombra di alcuni barili. Quattro figure emersero da angoli bui della piazza e velocemente montarono sul palco, liberarono la ladra e si dileguarono nell'oscurità.
La sorpresa non impedì ad Adrian di gettarsi subito all'inseguimento dei rapitori della sua preda. Rig-Tirien era addormentata in una bruma fredda, foriera dell'arrivo dell'inverno. Non fu difficile tenersi in vista degli aggressori senza che questi se ne accorgessero, certi com'erano che non vi fossero stati testimoni a quanto era accaduto in Piazza del Comune. Dopo alcune centinaia di passi, però, il pedinamento terminò bruscamente. Le figure, infatti, scomparvero nell'andito di un portone che subito si richiuse alle loro spalle.
Un fiato gelido di vento faceva turbinare riccioli di nebbia come ghirigori; nel silenzio della via si udiva solo scricchiolare l'insegna in ferro battuto che faceva mostra di sé accanto a quella porta carraia: su una pezza di cuoio era disegnati un albero scheletrito, una mezza luna ed un'arpa.
Adrian rimase a fissare l'insegna ondeggiante nella notte, interdetto. Il Potere sembrava deciso a rendergli la vita sempre più difficile.

Si narra che molto tempo prima, quando l'impero di Cathaeth era da poco crollato nelle nebbie della guerra civile e Siliar si ergeva nel cuore delle Grandi Pianure, fresca di forze ed eserciti, per raccoglierne l'eredità, uno dei suoi massimi dignitari, Sheen Groved, Guardasigilli e Ministro della Guerra, passasse per caso con la sua scorta vicino ad un convento degli Ospitalieri che si trovava presso le rive di un canale d'irrigazione. Era il tramonto; una Sorella suonava l'arpa sotto un salice e la melodia era così dolce che il Ministro fece fermare il suo seguito e andò ad ascoltare.
Giunto sotto le fronde del salice si accorse che la giovane suonatrice era la ragazza più bella che avesse mai visto e la volle.Ma Esin si era consacrata Ospitaliera, non aveva interesse per cose terrene diverse dal soccorso e la cura dei sofferenti. Sheen Groved ebbe un bel prostrarsi nella polvere ai suoi piedi, prometterle ricchezze ed onori al di là della sua più sfrenata immaginazione: la fanciulla fu irremovibile.
Il Guardasigilli non era uomo abituato a vedersi negare la minima richiesta. Vedendo che non avrebbe convinto la ragazza, decise di prenderla con la forza. Le afferrò i polsi e la baciò sulla bocca; ed Esin seppe che non avrebbe potuto resistergli. Allora si mostrò accondiscendente e chiese all'uomo di lasciarla suonare ancora una volta in onore di Lyudd, Maschera d'Amore, prima di possederla.
Intanto era scesa la notte. Una mezza luna d'argento sembrava impigliata tra i rami del salice ed il canale mormorava sommessamente accanto.
Esin prese l'arpa e ne trasse un canto tanto struggente che non vi fu chi lo sentisse senza sapere che era una canzone di dolore e di morte. E sulle ali di quel canto il suo spirito volò a Lyudd. Per farle corteo le foglie del salice si trasformarono in uno stormo di uccelli d'ombra ed insieme volarono verso la Luna.
Sheen Groved rimase a lungo a fissare lo scheletro nudo dell'albero e l'arpa disegnati nel buio dalla luce lunare. Ma non ca- pì e non si pentì. Al mattino, per vendetta, fece mettere il convento a ferro e fuoco, fece uccidere frati e malati e lasciò le religiose ai suoi uomini perché ne traessero piacere a volontà.
Alla strage scampò solamente un bambino: Horas, fratello di Esin. Fuggì e divenne il miglior maestro d'armi del suo tempo. Quando lo ritenne giusto, fondò la Confraternita di Esin, una banda di mercenari dalla preparazione insuperabile che si mise al soldo di chiunque fosse avversario di Siliar. Fu anche grazie alle loro gesta che l'esercito imperiale venne annientato alla Battaglia delle Ceneri e che di Siliar rimangono solo leggende.
Nel volgere dei secoli la Confraternita era divenuta un'organizzazione che vendeva guardie del corpo e soldati eccellenti a chiunque potesse pagarne i servigi, senza altre discriminanti. Si diceva che al suo interno si celasse una setta dedita al culto di Axen, Maschera di Guerra; ma erano solo voci. Restava il fatto che un Mercenario di Esin era uno degli avversari peggiori che ci si potesse procurare in Estriana e che Eylen era appena stata portata nel Capitolo Generale di Rig-Tirien della Confraternita.

Il giorno dopo il clamore per l'assassinio dei due soldati e per il rapimento della ladra fu tale che la giornata si trasformò, sin dall'alba, in un'altra giornata di fiera. Nessuno sembrava disposto a lasciare la città senza recare con sé le novità dell'ultima ora; nell'attesa, chi aveva ancora merci da vendere le esponeva nelle piazze o alle porte delle Logge, enormi ambienti protetti da alti soffitti a volta dove si svolgeva la vita sociale in inverno. A ciò si aggiunga che anche gli artigiani ed i commercianti di Dentro avevano riaperto le botteghe e le officine: Rig- Tirien era un brulicare di umanità, un fervere di mille attività, un risuonare di campane, corni e grida d'araldi.
Adrian ebbe qualche difficoltà a rintracciare Trio nella calca di Piazza di Porta, dove ogni ora un nuovo bando aggiornava la cittadinanza sullo stato delle indagini. L'ipotesi più accreditata parlava di un'incursione di amici di Eylen, penetrati in città scalando le Mura della Fonte e cogliendo di sorpresa la ronda notturna, probabilmente al momento dell'Avvento. La Guardia riteneva però che gli assassini si trovassero ancora in città, poiché le condizioni della Kadras non le avrebbero permesso di essere trasportata.
Come al solito la Confraternita si era dimostrata precisa ed efficace nell'approntare il piano del rapimento. A nessuno sarebbe mai venuto in mente di associarla al misfatto. Restava il problema dell'interesse che i Mercenari potevano avere per Eylen. Adrian ci aveva pensato su tutta la notte, ma non gli era servito a nulla; non aveva mai sentito di richieste di riscatti da parte di quelli di Esin, i quali tra parentesi erano abbastanza ricchi da non dover ricorrere a simili mezzucci; non gli risultava che lavorassero con donne; non ci si raccapezzava.
Per riorientarsi aveva deciso che quella mattina Ryan di Navras sarebbe andato a chiedere informazioni per assoldare dei mercenari in vista di un suo prossimo viaggio verso il mare; intanto Trio avrebbe dovuto scovargli una stanza in un quartiere tranquillo, dove la gente propendesse per i propri affari. Voleva mettere il ragazzo alla prova: se fosse sparito con la manciata di Ruote di Redos che stava per affidargli non sarebbe stato un dramma; se invece si fosse comportato bene, come ne era convinto, ne avrebbe potuto fare un buon aiutante.
Trio afferrò subito l'antifona e si dileguò nella folla. Adrian gli raccomandò di cercare prima nei borghi già rastrellati dalla Milizia, onde evitare visite spiacevoli nel cuore della notte; dopo tutto essere costantemente aggiornati sulle attività della Guardia aveva i suoi lati positivi.
Adrian passò a comprarsi una cappa di broccato fine e degli abiti più adeguati al suo nuovo rango; poi si recò nuovamente in Campo di Schiera, al Capitolo dei Mercenari.
Il portone era aperto, un novizio stava seduto a un tavolo in una specie di guardiola. Quando lo vide scattò in piedi, salutò incrociando i pugni davanti al petto e poi, con un sorriso affabile, gli chiese in cosa potesse essergli utile. Adrian si presentò con un bell'inchino e spiegò il suo problema. Il guardiano suonò allora un campanello e disse al collega subito accorso di accompagnare il Signore di Navras dal Superiore Loar.
All'interno del palazzo del Capitolo si trovava un chiostro a cielo aperto fiancheggiato da portici profondi e silenziosi, con un giardino dove frusciavano i salici e il vento traeva note da un'arpa. La Confraternita era molto antica e molto orgogliosa di esserlo. Le mura perimetrali che guardavano il chiostro erano merlate alla maniera di Cathaeth, con un camminamento di ronda e torrette d'avvistamento agli angoli. Entrare non sarebbe stato facile.
Ryan seguì il novizio lungo il porticato, su per ampie scalinate in legno: sembrava non esserci anima viva. Si chiese dove fosse Eylen. Poi arrivarono davanti a una porta finemente intarsiata. La sua guida bussò e lo fece accomodare.
Lo studio del Superiore era semplice ed accogliente, rivestito di un legno dalle tonalità chiare e luminose. Se non avesse saputo dove si trovava Ryan sarebbe stato persuaso di essere in un convento.
"Sono il Superiore della Confraternita di Esin di Tirien: mi chiamo Loar," si presentò l'uomo sorridendo; "se non erro ho l'onore di parlare con il coraggioso che ha sventato l'attentato all'ambasciatore di Yorda." Gli strinse la mano. "È un vero piacere: proprio l'altra sera l'ambasciatore mi ha descritto particolareggiatamente la sua impresa: rimarchevole!"
Fece cenno di sedere a un Ryan frastornato dall'inatteso diluvio di parole e continuò: doveva aver preso lezioni d'eloquenza da Iryo Soder."Che fortuna per la gente di Yorda! Un aiuto così valido e in un momento cruciale... contro avversari che non disdegnavano il ricorso alla magia! Signor di Navras, l'ammiro.
Come possiamo esserle utili?"
Lo scatto dalla lode sperticata al piano tono da affarista costrinse Ryan ad un fulmineo riepilogo della sua nuova storia, che Loar gli lasciò comunque tutto il tempo di esporre con dovizia di particolari, interrompendolo solo un paio di volte per aspetti del tutto secondari: non appena avesse concluso gli ultimi accordi con dei Montanari con cui era in contatto, avrebbe dovuto recarsi a Rig Metra con un carico di minerali d'oro e d'argento. Aveva avuto cura che della transazione fosse al corrente meno gente possibile, aveva fatto nascondere il terriccio in imballi da sementi, ma, ahinoi!, la prudenza non è mai troppa!
E come avrebbe giustificato la presenza di Mercenari a custodia di semplici sementi?
Non potevano venir travestiti?
E l'effetto deterrente?
O l'uno o l'altro, scattò esasperato Ryan: o lo proteggevano con la presenza, o con la forza delle armi. Lui avrebbe preferito la forza delle armi.
A Ryan quell'uomo non piaceva: non lo prendeva sul serio, non gli dava alcun affidamento. Non che potesse biasimarlo: stava recitando una parte da perfetto idiota. Ma c'era qualcos'altro... Cosa?
Finalmente, pattuita la cifra da incubo di quindici verghe d'oro fino, Loar suonò a sua volta un campanello e riconsegnò il futuro cliente al novizio di prima. Per tornare all'uscita questi lo fece passare per l'altra metà del palazzo, dal refettorio dall'altissimo soffitto a crociera di intonaco candido, per lunghi corridoi dall'aspetto sempre più monastico.
E Ryan ebbe fortuna.
Ad una svolta del corridoio si parò davanti a guida e cliente un mercenario in tenuta da guerra, maschera dipinta e scimitarra sguainata. Stava per attaccare; poi riconobbe il novizio.
"Idiota! Non sai che è proibito passare da qui?"
L'altro tenne gli occhi bassi.
"Sparite! Con te faremo i conti poi."
Ryan, fingendosi atterrito, aveva dato una bella occhiata alla parte interdetta: un corridoio che continuava e, subito all'angolo, delle scale che scendevano. Si voltò confuso, inciampò, quasi cadde contro al novizio terreo. Balbettò delle scuse. A dire il vero, sin dall'inizio del giro se ne era chiesta la ragione; dopo questi ultimi sviluppi, gli sembrava una mossa idiota, soprattutto da parte di professionisti come i Mercenari. Quando riuscirono all'aperto, però, tutto fu chiaro: Loar sapeva che chi veniva a richiedere i suoi servigi spesso lo faceva in segreto ed aveva voluto evitare incontri sgraditi; ma aveva aspettato troppo e Ryan aveva ottimi occhi. Vide benissimo che chi avanzava sotto i portici dall'altra parte del chiostro, accingendosi a far visita al Superiore, era Valdo Dosty.

Era abituato ad agire da solo. Non riusciva a trovare alcun piano soddisfacente per tirarla fuori da lì, soprattutto debole come doveva essere dopo il supplizio. Si guardò intorno in preda alla frustrazione. Quella casetta che aveva scovato Trio era proprio niente male, almeno quella. Ma se non sapeva come portarci Eylen, a tanto valeva.
Il ragazzo non era sparito coi soldi. Aveva anzi dimostrato di essere piuttosto intelligente - anche se restava solo un principiante, ovviamente - perché, invece di cercare nei quartieri poveri o malfamati di Tirien, se n'era andato a spasso per il Colle dei Musicanti, zona un tempo di altissima nobiltà, ma ora preferita da artisti e studiosi stranieri, che vi affittavano ville o residenze nella pace di grandi giardini incolti. Gli aveva assicurato che nessuno avrebbe fatto caso a lui e ad eventuali ospiti e che non aveva mai sentito dire di visite delle Guardie al Colle; poi l'aveva portato a quella casetta di due piani rannicchiata contro il muro di cinta del parco di una delle residenze più belle, Villa Streff, detta Villa Zaffiro.
Era la casa che aveva sempre sognato. Il parco conservava, nell'abbandono, una pacata maestà che invitava al raccoglimento e allo studio; le alte querce e l'edera cortigiana, i cancelli appena socchiusi nel sospetto di nebbia che il pomeriggio aveva portato con sé, le panche per i viali silenziosi: vi poteva leggere la felicità inscritta in filigrana.
Eppure, contemplando il giardino dalle grandi finestre del secondo piano - uno studio ideale - non gli veniva in mente nulla, nessuna idea vincente. Trio stava facendo bollire l'acqua per il tè, soddisfatto delle lodi che il suo nuovo maestro gli aveva rivolte vedendo la villetta.
In quell'affare c'erano troppi dubbi: perché una semplice banda di briganti decide di andare a rapire un diplomatico straniero, e anzi, ancora prima, come fa, il capo di una semplice banda di briganti, a disporre di armi di magia? Secondo poi, perché di questo strano capo si interessano i Mercenari di Esin? "...contro avversari che non disdegnavano il ricorso alla magia!" aveva detto Loar... Già, Lewras!, ecco cos'era: che ne sapeva Loar della magia? Quel particolare che gli sfuggiva dalla mattina... Lui non ne aveva fatto parola con nessuno e la gente di Yorda non aveva potuto accorgersene, perché le Parole non erano per loro.
Era molto più probabile che fosse la Confraternita a conservare dei testi di arti magiche che non un'avventuriera da quattro soldi come la Kadras. C'era una sola spiegazione: Loar sapeva della magia, perché era lui ad averla affidata ad Eylen. Ergo: Eylen lavorava per la Confraternita e il colpo della notte scorsa non era che un salvataggio.
Fischiò tra i denti. Se c'erano i Mercenari dietro l'attacco a Soder, gli veniva d'un tratto alla mente che né lui, alias Ryan di Navras, né tanto meno Valdo Dosty erano stati troppo furbi ad andare a cercare - sia pur per finta, almeno nel suo caso - il loro aiuto. Vide il cadavere di Ryan sparire in fondo a qualche forra sulla via per Rig-Metra. Gli venne la pelle d'oca. Aveva perfino pensato di farlo, quel viaggio, tanto per stornare i sospetti dall'incursione al Capitolo e far calmare le acque.
Per carità!
Non era la prima volta che una spedizione protetta dalla Confraternita veniva assaltata e distrutta: i briganti, vedendo dei Mercenari di scorta, ci pensavano due volte, ma se il gioco valeva la candela... Nel suo caso poi, liscio come l'olio: due unità trasferite, un breve discorso di rammarico e di scusa del Superiore alla Camera Alta per rassicurarli e tutto come prima. Con dei minerali d'oro in più e un eroe rompiscatole di meno. Doveva cancellare quella prenotazione, possibilmente facendo una figura ancora peggiore di quella della mattina, in modo da evitare qualunque sospetto nei suoi confronti. Doveva trovare il modo di avvisare i suoi amici di Yorda del pericolo che stavano per correre, ma sarebbe stato il caso di saperne di più. Doveva assolutamente penetrare nel Capitolo e rapire Eylen.
Ma come?
"Trio?"
"Sì, signore?"
"Ti ricordi cosa mi hai detto ieri, a proposito delle cose difficili da trovare di cui avrei potuto aver bisogno?"
"Certo! Quando vuole, signore: donne, droghe, gioco clandes..."
"Idiota! Credi che non sia capace di procurarmele da solo, se ne avessi voglia? Trio," sorrise, scuotendo la testa, "ti ho detto che mi sembri un ragazzo intelligente. Non affrettarti a farmi cambiare idea.
Torniamo a noi: mi serve una cosa molto difficile. Nessuno dovrà sapere che è per me; quindi, una volta trovata, la lascerai alla Scala di Mezzogiorno e sparirai per qualche giorno. D'accordo?"
Il giovane assentì.
"Pensi di potermi procurare per cena una mappa delle fogne di Rig-Tirien?"
Trio rischiò di strangolarsi, ma non si perse d'animo: in un minuto era fuori, con abbastanza oro da comprare un plastico di tutta la città, sopra e sotto, e da ubriacarsi per il resto dei giorni di libertà che Adrian gli aveva dato.
Adrian tornò alla Scala ed attese. Strada facendo aveva acquistato due o tre capi d'abbigliamento da perfetto montanaro con i quali avrebbe, nei giorni seguenti, cercato di cancellare la presenza del povero Ryan: un giaccotto alla vita di montone scamosciato, guarnito di pelliccia; un copricapo a cuffia, imbottito di pelliccia, con una corta visiera, di quelli che chiamavano zert e dei pantaloni di pelle morbida, trattati in modo da essere impermeabili. Dei capi che non avrebbe portato a Corte, ma pazienza! D'altronde lui le Maschere le adorava. Dopo cena, sentì un bussare leggero alla sua porta. Era uno degli inservienti che gli portava un involto di pergamena. "L'ha portato una ragazzina per lei, signore." Sbuffò un ringraziamento striminzito: trovava quel posto antipatico.
E bravo Trio! Doveva aver mobilitato gli altri musici di casa, per quell'operazione. Sciolse il pacco e, spiegata la carta, si mise a studiarla con attenzione.
Era fortunato! C'era un accesso in Villa Zaffiro e uno nel Capitolo. Se Eylen non gli creava qualche problema, sarebbe andato tutto liscio come l'olio. Osservò incuriosito le crocette rosse disseminate sulla mappa: ce n'era anche una vicino al Capitolo. Doveva ricordarsi di chiedere a Trio cosa simboleggiassero, quando l'avesse visto.
A un'ora a mezzanotte cominciò a piovere. Era tutto il giorno che il tempo si trascinava: un pò sole, un pò cielo coperto, sempre più plumbeo, a dire il vero. Tanto meglio, non ci sarebbe stato nessuno per via e anche le sentinelle di Esin sarebbero state più tranquille.
Quando rintoccò la mezzanotte pioveva a dirotto. Adrian si calò dalla sua finestra al terzo piano sul retro masticando maledizioni. Per il momento era un gioco da ragazzi, ma poi bisognava risalire. Dovette lasciare dei laccioli di cuoio sui fregi del bassorilievo e su altri punti salienti della parete per evitare di scivolare sul bagnato al ritorno. La corda se la tirò dietro una volta a terra. Rig-Tirien era una città fantasma; bisognava essere pazzi o molto fortunati - se lo disse con ironia - per dover andare in giro con un tempo da lupi del genere.
Le lanterne di via erano di nuovo quasi tutte spente, Adrian era solo una scheggia di notte che scivolava velocemente attraverso i rovesci, le mani e il viso sporchi di fuliggine, mantello e vesti nere aderenti... difficilmente più aderenti di così. Giunse a Villa Streff senza incontrare anima viva; si infilò un momento nella sua casetta per preparare la stanza di Eylen: rifece la branda, vi lasciò sopra una quantità decente di corde per non doverne cercare all'arrivo e accese una delle candele che gli erano costate così care il giorno prima al mercato. Si spogliò del mantello, prese con sé solo la cerbottana e i pugnali e, accesa la lanterna cieca al riparo dalla tormenta, riuscì nella notte.
Ci vollero dieci minuti buoni di imprecazioni per trovare, ed aprire, il tombino che conduceva al sistema sotterraneo di gallerie e cunicoli delle fogne di Tirien; una volta sceso, perlomeno, fu fuori dalla portata della pioggia, anche se l'odore predominante, dolciastro e appiccicoso, gliela faceva quasi rimpiangere. Si sentiva per ogni dove uno scroscio come di torrenti. Adrian, quando si cominciava ad agire, non era affatto nervoso: si muoveva con una grazia tesa, come di un predatore in agguato e come un predatore raramente perdeva il suo sangue freddo. Si chinò sul raggio lungo e sottile della lucerna ed esaminò di nuovo il percorso: in discesa per quel corridoio fino alla seconda rotonda grande, poi la seconda a sinistra e la sesta a destra. Se fosse sbucato nelle cantine gli sarebbe andata di lusso.


Continua...

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